sulla scrittura          strumenti          descrivere e mostrare

le informazioni          le emozioni          l'ambientazione

i personaggi          i dialoghi          il ritmo

editing e tagli          l'editore          autopubblicarsi

 

DIVENTARE SCRITTRICE

Mi è capitato di ricevere emails da persone che vorrebbero imparare a scrivere, da aspiranti scrittrici con un manoscritto nel proverbiale cassetto e da scrittrici esordienti in cerca di un editore. Non ho mai avuto la pretesa di insegnare quello che io faccio d'istinto, scrivere è per me uno stato mentale e raramente mi soffermo ad esaminarne i meccanismi, tuttavia ho pensato di raccogliere il mio pensiero e il mio personale approccio alla scrittura in questa pagina,  e di dedicarla a coloro che, come me, hanno una passione per le parole, e coltivano il sogno di diventare scrittrici... 
Se potranno tornare utili, non potrò che esserne felice.

 

sulla scrittura

Quando si parla dell'arte delle parole mi vengono sempre in mente i buffoni di corte, i menestrelli, i cantastorie, capaci, dietro la maschera, di impersonare gli eroi più diversi, di raccontare di battaglie sanguinarie, di tradimenti, di sentimenti, di amore e di pazzia...
Scrivere è raccontare, impersonare, indossare una maschera. E' questa maschera che ci permette di coinvolgere la sfera più intima di noi stessi, di esternare le nostre emozioni più profonde attraverso la bocca, gli occhi, il cuore di una persona immaginaria e proiettare le nostre aspirazioni, le nostre paure, i nostri desideri sulla carta senza metterci allo scoperto di persona. E sono queste nostre emozioni, la nostra stessa vita, il nostro modo di pensare, e non ultimi i nostri sogni, che possono renderla vera quanto lo siamo noi.

Quello reale e quello immaginario sono  due mondi paralleli, quasi due realtà alternative che si sovrappongono, due espressioni di quello che siamo, quella corporea e quella spirituale se vogliamo... e come il corpo non può vivere senza uno spirito, anche lo spirito ha bisogno del corpo per esprimersi, ed essi interagiscono più di quanto noi ci accorgiamo. Io ho imparato ad ascoltarmi, a guardarmi dentro, ad accettare le sensazioni istintive quanto e forse al di sopra della ragione a volte, ho imparato a non tacitare "l'assurdità" di parlare da sola, a dialogare con me stessa, ho iniziato a portare un po' di fantasia nel mondo reale, e l'ho fatto con le parole. Le parole hanno un grande potere, possono dare materia a ciò che è invisibile, supporto a ciò che è impalpabile.
Possono dare vita ai sogni, perchè una vita senza sogni è come cibo senza sapore.

 

descrivere e mostrare

Non mi sono mai fermata ad analizzare il mio modo di scrivere...
Per me è sempre stato istintivo, naturale. Quello che posso dire, è che quando scrivo i miei occhi non guardano il mondo esterno, ma sono rivolti dentro di me. Le emozioni, le sensazioni, le visioni, sono tutte concentrate... dovrei dire nella mia testa, ma mi viene da dire nel mio cuore...
Mostrare e descrivere, per me sono due facce della stessa medaglia, ma la cosa essenziale, è riuscire a trasmettere, e per farlo io devo vivere. Immedesimarmi, trovarmi in mezzo a una tempesta, o in equilibrio su un pennone, o ancora prigioniero di una grotta sotterranea (anche se di certo i miei personaggi sono molto più coraggiosi di me ).

La tecnica può essere importante, ma va considerata per quello che è, ovvero la base, lo scheletro su cui costruire. Il pittore impara di base come amalgamare i colori per ottenere le sfumature e come stenderli sulla tela, ma poi è quello che c'è dentro di lui, la
carica espressiva, che deve imprimere su di essa. Ogni opera d'arte è l'espressione della nostra anima, anche la scrittura deve possedere la nostra impronta, e chi lo dice che un modo di scrivere sia giusto piuttosto che un altro?
Le regole sono fatte per essere infrante... e dalle regole infrante a volte nascono i veri capolavori. Nessun capolavoro, sorge dalla tecnica... ma tutti nascono dall'espressione.

Si dice che uno scrittore dovrebbe mostrare e non solo descrivere...
ma cosa implica? E l'interpretazione è la stessa sia per chi scrive che per chi legge?
La prima cosa che mi viene da dire, è che mostrare (da parte dello scrittore) è sinonimo di vedere (da parte del lettore). Come lettrice, rimango incantata di fronte a uno stile in grado di farmi vedere una scena, come se le parole si traducessero nella mia mente in immagini così vivide e immediate da generare sensazioni ed emozioni reali; e naturalmente questo mi influenza anche come scrittrice, poiché scrivo ciò che mi piace o che mi piacerebbe leggere, e lo faccio cercando di trasmettere sensazioni provate, viste e vissute in prima persona sul piano dell'immaginazione.
Ho sempre considerato importante "provare" per poter "rendere", e "vedere" per poter "mostrare", e la mia speranza è di esserci un pochino riuscita.
Quella di cui parlo, è una scrittura che definisco emotiva, sprigionata da emozioni ed immagini che a sua volta genera emozioni ed immagini, che ha la capacità di coinvolgere tutti i nostri sensi, e dove le parole suggeriscono visioni in movimento, profumi, rumori...

 

strumenti

Il primo strumento è la capacità di osservazione: di quello che ci circonda e di quello che sta dentro di noi.
Imparare ad osservare le espressioni delle persone quando pensano, quando parlano, i loro gesti, le loro smorfie, i loro sguardi...  imparare ad osservare i particolari e non solo l'insieme, a guardare dentro di noi, a vivere le nostre emozioni con una sorta di curiosità, come se le vivessimo per la prima volta... e poi rammentarne le sensazioni e gli effetti. Sono gli stessi che poi daremo ai nostri personaggi.

Il secondo strumento è l'immedesimazione: mettetersi sempre nei panni del nostro personaggio. Se gli mettiamo in bocca una sciocchezza, lo sapremo nel momento in cui  ci immagineremo al suo posto e diremo la medesima sciocchiezza a voce alta.

Il terzo strumento è la lettura:  leggere un romanzo in modo diverso, chiedendoci perchè quel brano ci ha fatto commuovere,  o perchè un particolare passaggio ci ha fatto ridere. In questo modo si acquisisce consapevolezza sul potere che alcune parole o espressioni hanno, e sull'uso che di esse si può fare.

 

le informazioni

Premesso che se foste in grado di sapere fin dall'inizio quali informazioni dare immediatamente e quali invece centellinare lungo il percorso sareste già per metà scrittrici, anche chi scrive da molto tempo si pone il problema di cosa rivelare al lettore e quando farlo, ed è normale partire in un modo e a metà percorso magari cambiare le
carte in tavola.
D'altro canto, è anche vero che le informazioni che diamo all'inizio di un racconto, devono essere sufficienti a dare un'idea della situazione e una direzione alla trama.
Tuttavia spesso la questione non sta nella quantità di informazioni date ma nello spazio ad esse dedicato, al modo in cui vengono pesate.
Essere scrittrice vuol dire anche concedere più spazio a qualcosa e toglierlo ad altro, decidere cos'è che consideriamo più importante e cosa invece non necessiti più di un piccolo accenno.  Distinguiamo queste cose, mettiamo più enfasi alle informazioni determinanti alla comprensione del lettore, e riduciamo le altre, in questo modo non rischieremo di generare confusione ponendo troppa attenzione su dettagli superflui.

Quello che scriviamo non è importante quanto "come" lo scriviamo.
Così come nella realtà ci sono cose che ci toccano di più e altre invece che non richiamano neppure la nostra attenzione, anche nello scrivere è importante fare questa distinzione. Questo è anche il primo passo verso la conquista del ritmo.
Da ricordare sempre:  chi ci legge non ha idea di quello che noi abbiamo nella testa, quindi se da una parte per noi le cose sembrano scontate, per il lettore è vero il contrario. Occorre cercare sempre di leggere quello che si scrive mettendoci nei panni del lettore, e chiedendoci se gli abbiamo dato sufficienti informazioni, e soprattutto se gliele abbiamo date nel modo giusto, perché possa comprendere appieno la nostra storia.

 

le emozioni

Ritornando al discorso precedente, ovvero distinguere tra cose importanti e superflue, qui è d'obbligo una approfondita attenzione, perchè le emozioni sono parte fondamentale di qualsiasi personaggio di qualsiasi racconto.
Far ridere o piangere i nostri personaggi non è sufficiente perché il lettore si diverta o si commuova, è necessario dare motivazioni, creare intimità con i nostri personaggi, fare in modo che quel pianto o quel riso siano espressioni di qualcosa di molto più profondo che riesce ad arrivare e a toccare il lettore.  I pensieri dei nostri personaggi sono il mezzo attraverso il quale si comunicano al lettore i loro stati d'animo, tutto quello che sta dietro il loro comportamento.

Quando si scrive è necessario considerare che non è possibile fare affidamento sui sensi del lettore, ma solo sulla sua capacità di immedesimazione e di immaginazione. Al contrario di noi, che l'abbiamo nella testa, lui non può vedere la scena, non può vedere le espressioni, la gestualità dei personaggi, e a questo occorre sopperire con le parole.
A nostro vantaggio però, la scrittura ci offre la possibilità di "entrare" nella testa dei nostri personaggi e far conoscere al lettore i loro pensieri. E i pensieri sono importantissimi, insieme alle azioni, per dare concretezza alle emozioni, per renderle vere.
Un fulmine a ciel sereno lascia stupiti, ma non provoca altre reazioni.
Il fulmine che piove da un cielo tempestoso, in mezzo al ruggire degli elementi e seguito dallo scoppio assordante del tuono, come minimo ci fa trattenere il respiro.
Un'azione senza pensieri, senza interiorità, è come un fulmine privato del temporale, delle nubi, della pioggia, del tuono.

 

l'ambientazione

Come in una commedia è importante la scena, così in un romanzo è importante l'ambientazione, ovvero il luogo e il tempo in cui si svolge la nostra storia e in cui si muovono in nostri personaggi. Anche se inerte, l'ambientazione produce un effetto fondamentale su di essi, determina il loro imprinting, il loro modo di comportarsi, di pensare, di agire, e contribuisce a renderli credibili.
Per esempio, nell'ottocento le persone relazionavano in modo diverso da quelle di oggi, così come un uomo di mare pensave e si comportava in maniera differente da un contadino, o da un nobile. Dunque l'ambientazione è a tutti gli effetti una co-protagonista, e dobbiamo riservarle un suo spazio. Quanto esteso esso debba essere è relativo, siamo noi a deciderlo, in base alle descrizioni e ai riferimenti che mettiamo nelle scene, oltre che a seconda del tipo di storia che vogliamo scrivere.

 

i personaggi

I personaggi non sono marionette che l'autore muove attraverso fili, ma esseri a tutto tondo, con cuore e anima, che parlano, si muovono, provano sensazioni ed emozioni, reagiscono come entità indipendenti.
Spesso sentiamo l'autore definire i suoi personaggi come entità pensanti dotati di volontà propria, come fossero loro in realtà a decidere il corso della trama, a scegliere una strada piuttosto che un'altra... La cosa straordinaria, è che è esattamente questo ciò
che l'autore si aspetta da loro, ed è questo che dà loro il potere di farci ridere, piangere, arrabbiare... o innamorare.

Mettersi nei panni dei nostri personaggi è basilare per riuscire a renderli più veri. Non pensiamo di essere lì semplicemente per "raccontare" una storia, non siamo la voce fuori campo, dobbiamo essere ognuna delle voci che ci sono dentro il racconto, ed essere altrettante menti e cuori.
Ciò che personalmente reputo essenziale, per rendere credibili i miei personaggi, è "conoscerli". Forse inizialmente, quando scaturiscono dalla mia immaginazione, possono essere sfocati e imprecisi, ma non lo sono mai quando inizio a scrivere, perchè ognuno di essi mi ha già raccontato la sua storia, il suo passato, le sue esperienze, positive o negative, e questo per me è imperativo, se voglio mettermi nei loro panni, pensare come loro e agire come loro. Diversamente non mi riterrei sufficientemente credibile.

 

i dialoghi

Sono una parte importante e fondamentale di un racconto, attraverso di essi diamo voce ai nostri personaggi. Ma anche i dialoghi non sono qualcosa di indipendente, si inseriscono in precisi momenti, all'interno di una data scena, e sono il risultato di pensieri, emozioni, azioni.
Se nella realtà ci muoviamo e viviamo in un mondo tridimensionale, con il quale relazioniamo grazie ai nostri cinque sensi, nel racconto, come abbiamo già visto, non possiamo fare affidamento sui nostri sensi fisici, ma dobbiamo comunque far sì che questo mondo immaginario mantenga l'illusione della tridimensionalità, perchè
possa sembrare reale.
Abbiamo detto che il lettore non può vedere, né sentire, né odorare quello che scriviamo, ma noi possiamo a livello di immaginazione, anzi, talvolta lo vediamo così bene che ci sembra addirittura scontato, e ci dimentichiamo che gli altri non possono vederlo.
Nei dialoghi, concentrarsi sulle parole che mettiamo in bocca ai nostri personaggi, fa sì che tutto il resto passi in secondo piano.
In realtà, quando scriviamo un dialogo, e quando poi lo rileggiamo, nella nostra immaginazione cosa accade? vediamo i protagonisti parlare, e se le frasi sono azzeccate tutto sembra perfetto. Ma non lo è, non per il lettore, perchè il dialogo, da solo (ovvero
botta e risposta), non comunica quello che noi come autori vediamo.

Quando le persone reali parlano tra loro, cambiano espressione, gesticolano, guardano in faccia il loro interlocutore o magari distolgono lo sguardo, o stringono i pugni se sono in collera, o brillano loro gli occhi perché si stanno divertendo...
Tutto questo non può trasparire solo dalle parole del dialogo, lo dobbiamo mettere noi, dobbiamo mostrarlo al lettore.
Non solo "quello" che un personaggio dice, ma anche e soprattutto "come" lo dice.
Nei dialoghi ci sono sempre l'espressione, lo sguardo e i gesti insieme alle parole.
Se non li mettiamo, sarà come avere personaggi perfettamente immobili (di carta) che parlano.

Un banalissimo esempio:  due persone che discutono
- Hai sbagliato! -
- No! non è vero! -
- Sì invece guarda! E' tutto sbagliato! -
- Ma vai a quel paese. -

Botta e risposta, non ci danno la misura di quello che viene detto, non ci suggerisce il contesto, non ci comunica lo stato d'animo (rabbia? frustrazione? esasperazione? divertimento?) di queste due persone. E il risultato è che lo leggiamo senza "sentire" nulla, o facendoci un'idea nostra che nella maggior parte dei casi non coincide con quella che lo scrittore vede.

Proviamo a riscriverlo:
- Hai sbagliato! - sbottò Luca in tono di trionfo.
Marco sgranò gli occhi, incredulo. - No! non è vero! -
- Sì invece guarda! - rise - E' tutto sbagliato! -
- Ma vai a quel paese. - sbuffò Marco, voltandogli le spalle per nascondere il sorrisetto.

Cosa è successo? abbiamo aggiunto solo pochi dettagli, ma :
1- afferriamo il contesto (o se non altro ce ne facciamo un'idea)
2- vediamo le espressioni dei protagonisti e ci sembrano più veri
3- proviamo empatia, tanto che ci viene da sorridere.
4- soprattutto vediamo quello che l'autore vuole farci vedere

 

il ritmo

Il modo in cui si descrive un'azione o una scena è molto importante anche dal punto di vista del ritmo del racconto.
Nel prestare attenzione ai particolari nell'ambito di una scena che vogliamo descrivere, non dimentichiamo che : molti particolari (o anche pensieri) rallentano l'azione, pochi o assenza di particolari la velocizzano.
Per dare un'idea di un'azione frenetica, l'ultima cosa da fare è soffermarsi sui particolari.
Non è una cosa semplice, se ci pensiamo, molte delle letture che abbiamo trovato noiose erano probabilmente scritte senza particolare attenzione al ritmo della narrazione.
Così come nella vita ci sono momenti in cui ci si può fermare a contemplare ciò che ci circonda, ed altri in cui non si ha neppure il tempo di battere le ciglia, anche nel racconto è importante rendere questa differenza di ritmo.

Per quanto riguarda la narrazione, di tanto in tanto è utile anche darle respiro attraverso cambi di paragrafi. Specialmente quando cambiano le scene, o quando si vuole dare l'impressione di concomitanza tra di esse, o quando si vuole sottolinearne il contrasto. Spezzare il capitolo in paragrafi in base alle scene, dà la possibilità di ravvivare l'attenzione del lettore.

 

editing e tagli

Credo che da qui siano passati almeno una volta tutti coloro che scrivono, a maggior ragione chi è agli esordi. Anch'io mi sono industriata a lavorare di forbici sul mio primo romanzo, e non è stato certo facile, sia dal punto di vista emotivo che fisico.
Le parole esatte sono state: "il romanzo è molto bello... ma è maledettamente
lungo", e credetemi, mi sono ronzate le orecchie quando hanno cominciato a parlare
di tagliare il 40%.
Quando me ne sono fatta una ragione, ho intrapreso la sfida, perchè di sfida pura e semplice si tratta, verso se stessi e verso la propria opera. Si tratta di sfilare mattoni da una costruzione già finita, senza rischiare di renderla instabile e di farla crollare.
Ho dovuto rinunciare a tante parti che mi piacevano, su alcune sono stata letteralmente delle ore, dibattuta se toglierle o meno, se ridurle, se trasformarle...
Ho rifatto il lavoro da capo non so quante volte, perchè non era mai abbastanza.
Ma per nessun motivo avrei lasciato il compito a qualcun altro.
Credo di avere ancora in computer almeno cinque versioni, dall'originale completa alla
definitiva, con tutti passaggi di mezzo. Da quasi 800 pagine a 540 finali.

Vista in retrospettiva, è' stata comunque un'esperienza positiva sotto certi aspetti, perchè mi ha dato modo di lavorare di critica su qualcosa che emotivamente adoravo, permettendomi di vederne i punti deboli e le divagazioni, spingendomi a effettuare delle scelte radicali che non avrei mai avuto il coraggio di fare altrimenti.
Onestamente parlando, nonostante mi pianga ancora il cuore, devo convenire che il risultato si è rivelato migliore di quanto mi aspettassi.

L'editing consiste in una revisione finale, mirata a rendere più fluida la narrazione, ad eliminare giri di frase un po' arzigogolati, correggere la punteggiatura e tutti quegli errori che possono sfuggire durante la stesura.  E' un'operazione fondamentale che a mio parere ogni scrittore dovrebbe fare, almeno in certa misura, da sé, e magari a distanza di qualche tempo dalla fine della stesura, poiché questo ci permette di accorgerci di errori che si rivelano assolutamente invisibili durante la lavorazione. Staccarci per un po' dalla nostra opera, prima di riprenderla in mano e correggerla, ci permette di affrontarla in modo diverso, più critico e più distaccato.

 

l'editore

Bussare alle porte delle case editrici è la fase più lunga, difficile e frustrante che un nuovo autore si trovi ad affrontare.  I piccoli editori che vivono sugli autori esordienti chiedono cifre da capogiro per la pubblicazione di un numero esiguo di copie e nella stragrande maggioranza dei casi non si danno la pena di pubblicizzare nè di distribuire l'opera.
Quello che posso consigliare, avendo sperimentato sulla mia pelle, è di non arrendersi di fronte alla prima o alla decima o alla ventesima porta chiusa, perchè prima o poi, se la nostra opera vale, qualcuno la aprirà alle nostre condizioni.
Se l'editore non crede nella nostra opera abbastanza da investirci del suo, avremo solo la soddisfazione di aver pagato mille copie del nostro romanzo.
Uno dei canali per arrivare all'editore è il premio letterario, è un modo per iniziare a farsi leggere, e se si arriva in finale o al premio... il ghiaccio è rotto.
Negli ultimi tempi esiste una maggior attenzione da parte degli editori (anche quelli più importanti) verso gli esordienti. Si può inviare un manoscritto  direttamente a un editore, o rivolgersi a un agente letterario, in entrambi i casi ci si deve preparare a lunghe attese prima di ricevere una risposta.

 

autopubblicarsi

Un'alternativa all'editore tradizionale è l'autopubblicazione, oggigiorno molto popolare tra gli aspiranti scrittori e relativamente semplice grazie a siti come Lulu.com e ad associazioni tra autori.

 

 

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