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l'idea

L'idea per questo romanzo iniziò a delinearsi già mentre terminavo la stesura di Cuore Pirata. In effetti, avevo già lasciato in sospeso il destino di Juan Corraya, alla fine del primo romanzo della saga, con l'intenzione di farne in futuro un'altra storia, ed ora mi ritrovavo tra le mani un altro personaggio "orfano", al quale mi ero particolarmente affezionata. Perché non far sì che Juan incontrasse e si innamorasse di Alma, creando così una storia che potesse tramutarsi nella loro reciproca salvezza? in quanto al "come", Walter rappresentava l'ideale punto di congiungimento.  Non mi restava che fargli fare quella promessa, e fargli scrivere una lettera...

 

il romanzo

L'IRLANDESE, edizioni Harlequin Mondadori 2007

Ci sono molte ombre nella vita di Juan Corraya, governatore di Portobello: un inconfessabile segreto, un rimorso che non smette di torturarlo, e un debito che non potrà mai ripagare.
Soprannominato Spagnolo Rosso per l'inconsueto colore dei capelli, è uno degli uomini più potenti e chiacchierati delle colonie, famoso per le ardite imprese, l'odio sviscerato nei confronti dei pirati e il cuore di pietra, che nessuna donna ha mai conquistato.
Quando di presenta a casa della giovane Alma De Castillo per reclamarla in moglie, la fanciulla cade nella disperazione. Come può sposare quello sconosciuto quando il suo cuore batte solo per Quintano, l'uomo cui il padre l'ha promessa prima di partire per la giungla, e il cui ritorno sta attendendo con ansia? E che ne sarà del figlio che porta in grembo, frutto di una sola notte d'amore rubata?

Una romantica storia d'amore e d'avventura, un sentimento nato nel modo più strano ma capace di superare anche la più oscura delle minacce.

 

booktrailer

 

estratto

Cadice, Spagna - 17 Settembre 1668

 

Juan tossì convulsamente, cercando di respirare.
Il crepitio delle fiamme si alzava intorno a lui con un frastuono assordante, gli riempiva il cervello, impastoiando i riflessi e la ragione. Si rendeva vagamente conto di essere ferito, le sue percezioni erano concentrate sul calore che lo avvolgeva, sulle palpebre pesanti che sentiva scottare e gli occhi pieni di fumo che non riusciva a tenere aperti. In qualche modo era consapevole che se non avesse trovato alla svelta una via d’uscita sarebbe morto sotto le macerie della sua casa, ma si sentiva incapace di muoversi, si sentiva pesante, troppo debole per lasciare quell’angolo dove era stato trascinato un istante prima che la vendetta di Dorian si compiesse e mettesse fine a quella sua vita sciagurata.
L’aveva attesa… con rassegnata accettazione; nonostante l’istintivo attaccamento alla vita era stato pronto a morire per espiare le sue colpe. Lo sguardo folle della disperazione e della furia era l’ultima cosa che di suo fratello aveva visto, poi la pistola aveva sparato e tutto era piombato nel buio più cupo, inconsciamente confortato dal fatto che avesse scelto per lui una fine rapida, glaciale, dopo aver speso ogni grammo di energia a distruggere ciò che lo circondava.
Tossì di nuovo, e il dilaniante dolore ai polmoni riuscì a scuoterlo dal torpore in cui versava.

Non morirai… ancora
.
Erano state le brevi parole bisbigliate da colui che lo aveva spinto nell’istante in cui era partito il colpo, facendolo stramazzare al suolo ferito piuttosto che morto, e che poi l’aveva afferrato per la giacca e allontanato, buttato contro quel muro, per terra, sapendo di non poter far altro per salvarlo.

Non morirai… ancora.

- No… - si disse stremato - … non morirò. - con un’immane fatica fece forza sulle braccia per sollevarsi.
Il dolore lo trapassò da parte a parte, strappandogli un gemito rauco.
Ricadde a terra, cercò di trascinarsi. Uno schianto lo fece sussultare, il fuoco ruggiva, si agitava come una fiera liberata dall'inferno. L'aria bollente era buia, ispessita dal fumo, piena di polvere e di detriti infuocati che caracollavano sopra il furore delle fiamme.
Juan si spinse attraverso il pavimento arroventato, l'immagine di suo fratello impressa nella mente, indelebile come il bagliore del fuoco nelle cornee, dolorosa come l'angoscia che si portava dentro.
Se n'era andato persuaso dai suoi compagni di averlo ucciso…
Strinse i denti. Gli si riempirono gli occhi di lacrime.
Cosa aveva fatto? Si accasciò prostrato, scosso dai singhiozzi.
Come poteva raggiungere quella porta? Salvarsi? Vivere? Con il peso della colpa a schiacciargli il cuore?
Sopra di lui il soffitto si stava sgretolando.
Alzò lo sguardo annebbiato sentendone cadere rovinosamente le macerie.
Sarebbe morto. Se non si fosse sollevato immediatamente e non avesse raggiunto quella porta avrebbe completato l'opera di Dorian.
Per quanto pensasse di meritare quella fine, nel suo intimo qualcosa si ribellò, quelle parole pronunciate come una condanna vi fecero breccia in un crescendo doloroso, fino a che le accettò per quello che erano.
Non aveva altra scelta che portare avanti quella sua vita mediocre che poggiava sulla menzogna e sull'odio.
Il passato ora era precluso per sempre, l'Irlanda e il ragazzo che era stato erano morti, uccisi da quella pallottola che gli bruciava nella carne. Provò uno struggente bisogno di tornare indietro nel tempo, mentre con uno sforzo oltrepassava la soglia della biblioteca. Nell'immenso atrio il fuoco stava demolendo la scalinata, pezzi di intonaco si staccavano dal soffitto e dalle pareti, mentre fiamme vive aggredivano i quadri, i mobili, i tappeti, rigurgitando fumo nero come pece.
Il corpo senza vita di Jorge e del capitano Cristobàl giacevano scomposti ai piedi della scala.
Si volse con una smorfia di disgusto per se stesso: aveva causato lui quella rovina e quelle morti. Si chiese se mai in futuro tutto ciò gli sarebbe stato perdonato, e tuttavia non cercò di illudersi.  
Dal portone che avevano lasciato socchiuso nell'andarsene, proveniva un filo d'aria fredda. Juan sentì i sensi acuirsi verso di esso, nel bisogno disperato di dare conforto ai polmoni congestionati.
Gli si buttò contro di slancio, usò il peso del corpo per spalancarlo e vi cadde davanti inspirando affannosamente per contrastare i conati di vomito. Scivolò giù dai gradini tossendo, cercando la salvezza sul lastricato gelido della strada ricoperto dal primo velo di pioggia e si accasciò esausto, lo stomaco contratto, i polmoni sofferenti, le orecchie piene del reboante ruggire del fuoco, sorde ai rumori attutiti dell'esterno.
In pochi attimi si ritrovò a tremare di freddo.
Si sentì sollevare e trascinare via, si avvide della gente che si era radunata in strada, percepì le grida di allarme, qualcuno gli stava chiedendo come stesse, ma Juan non riuscì a parlare, una fitta di dolore lo trapassò da parte a parte quando qualcosa gli premette sulla ferita e senza rendersene conto piombò nel limbo dell'incoscienza, accompagnato dall'immagine del cielo nuvoloso sopra di lui invaso da nubi d'inchiostro e rosse lingue di fuoco.

I fantasmi del passato invasero il buio del delirio, aggredirono i suoi sensi accentuando la percezione del dolore, riempiendolo di angosciose visioni di tempeste e di gorghi oceanici, di una nave squarciata che veniva ingoiata da marosi alti come muraglie, di un viso splendido segnato dalla morte che lo accusava cogli occhi pieni di terrore.
Le sue grida gli riecheggiavano nelle orecchie torturandolo, grida di terrore e di minaccia confuse col mugghiare furioso del mare, grida che lo frustavano, che si conficcavano nel petto come pugnali, che gli facevano scoppiare il cervello e gli stritolavano il cuore.
Cercò di trattenerla. Gridò il suo pentimento, cercando disperatamente di sfuggire alla sua condanna e ugualmente di raggiungerla. Le sue mani brancolavano in quel buio infernale, voleva afferrarla, tirarla in superficie, salvarla… e invece lei se ne andava; la nave affondava, lei annegava…
Lei moriva… e lui viveva.
L'aveva uccisa… e lui viveva.
Al viso di lei si sovrappose l'immagine di Dorian, il suo odio, la sua follia, il suo dolore. Il mare si calmò con l'eco dello sparo, il tremore si placò insieme al sopraggiungere del gelo, e quando si svegliò dalla febbre, lo fece con un unico pensiero: proteggersi.
Torturato dagli incubi, stremato dai sensi di colpa, indebolito dalle ferite e dalla perdita di sangue, Juan si sforzò di concentrarsi su sé stesso, di anteporre la freddezza della ragione al tumulto delle emozioni, di ritrovare il controllo dei propri nervi e mettere da parte tutto ciò che era inutile, come il rimpianto, il rimorso, i ricordi, e il pensiero di Dorian.
C'era stato un momento in cui aveva osato sperare che il passato potesse essere cancellato, che ciò che li aveva divisi potesse venire dimenticato e perdonato. Ora sapeva che la strada intrapresa molto tempo prima, aveva decretato già allora il fallimento di quella riconciliazione; l'odio che aveva nutrito e che l'aveva portato ad accettare un'identità nemica e a braccare suo fratello per ucciderlo, si era riversato contro di lui proprio quando, rinnegando le proprie vili azioni, avrebbe fatto di tutto pur di riconquistarne l'affetto.
Ma per quanto fosse deciso a dimenticare, c'erano sempre quelle parole che echeggiavano dentro la sua testa e l'inesplicabile azione che aveva decretato la sua sopravvivenza e che lo umiliava in modo doloroso.

Non morirai… ancora

Quale senso dare a quella clemenza clandestina? Perché i compagni più fedeli di Dorian avevano agito in quel modo? Aveva ancora la sensazione delle mani di Avery che lo afferravano per trascinarlo via, del tocco rude di McFee sulla gola, la sua voce metallica che diceva:  è morto. Andiamocene.  
E' morto…
Un uomo come McFee, pirata e assassino, non poteva essersi ingannato sulle sue disperate pulsazioni.
Chiuse gli occhi in un eccesso di stanchezza, rinunciando a cercare un senso logico allo svolgersi degli eventi. Non avrebbe mai saputo il vero motivo per cui lui respirava ancora.
- State male, señor? -
Male? Che eufemismo pensò con ironia.
- Niente di grave, Pablito, sono solo i punti. Queste strade dissestate me li fanno sentire più del dovuto. -
- Volete che dico al cocchiere di andare più piano? - chiese il giovanissimo servo con sollecitudine.
Juan scosse il capo. Era imperativo arrivare a Siviglia, già troppo tempo era stato perso nella sua convalescenza dalle ferite.
Ogni istante che passava, avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte e per quanto avesse pensato di meritarla da Dorian, non era certo disposto a dare ad altri la medesima opportunità.

Dovrai mettere a tacere un po' di gente…

Era stato proprio Avery ad ammonirlo, prima che tutto precipitasse… quando ancora cullava l'illusione di ritrovare la serenità nell'affetto per il fratello, prima che le dichiarazioni infauste del capitano Cristobàl armassero invece la sua terribile vendetta.
Per quanto ciò gli ripugnasse, sapeva di doverlo fare.
L'accordo segreto che aveva fatto di lui, misero prigioniero irlandese, l'erede di Don Alfonso Corraya mentre costui era in vita, si era tramutato in una minaccia reale e pressante ora che il vecchio era morto.
Il potere che il nome gli portava non l'avrebbe protetto da coloro che conoscevano la sua vera identità.
C'erano individui che sapevano abbastanza da mandarlo sul rogo, e per quanto triste si prospettasse l'idea di continuare ad essere il giovane Corraya, non aveva altra alternativa che quella.
Possedimenti, potere, denaro e una maschera fasulla, in cambio della sua verde Irlanda e della propria anima. Aveva già fatto quel baratto, ma fino ad ora, in un modo o nell'altro, aveva sempre creduto che vi sarebbe stata messa una fine. Invece Dorian l'aveva reso eterno… proprio come la morte. Prima aveva ucciso Don Alfonso, poi aveva ucciso lui…
- Ti sei informato sulla situazione alla haçienda? - chiese al bambino con noncuranza.
Pablo sollevò su di lui i luminosi occhi neri. - Sì, señor! Proprio come mi avete ordinato, señor. Gonzales fa da capo e segue gli ordini di vostro padre. Mi hanno detto che va a Cadice ogni tre mesi, quando arrivano le navi di Don Alfonso, riceve le missive e consegna i suoi rapporti. Ha incontrato il capitano Cristobàl tre settimane fa al suo arrivo, poi è tornato a Siviglia. -
- Quindi ora si trova a Siviglia. -
Il bambino annuì.
Non c'era nulla che potesse dirgli se la notizia della morte di Don Alfonso e quella concomitante del suo arrivo in Spagna gli fosse giunta… poteva solo sperare di coglierlo di sorpresa, perché Luiz Gonzales non era uno stupido, e non aveva mai fatto mistero dell'astio che provava nei suoi confronti. Aveva mantenuto fede al giuramento di segretezza impostogli da Don Alfonso solo perché un tradimento sarebbe valso la morte, e Gonzales era un mediocre tirapiedi troppo attaccato alla sua miserabile esistenza per rischiare di perderla.
Sarebbe stato l'ostacolo maggiore, rifletté cupamente.
Gli uomini che in quel momento scortavano la carrozza erano stati ben pagati per i loro servigi, e l'allusione al fatto di dover usare le armi che si portavano appresso in discreto numero, non sembrava averli impressionati.
Respirò a fondo, serrando i denti a una fitta di dolore.
Se fosse stato in grado di farlo, se ne sarebbe occupato di persona. Lui non usava delegare ad altri le proprie battaglie, aveva sempre affrontato i nemici faccia a faccia… questa volta aveva dovuto arrendersi al fatto che le sue condizioni fisiche non gli avrebbero garantito la sopravvivenza a uno scontro diretto, e poiché ogni uomo a Siviglia era fedele al nome dei Corraya, aveva dovuto trovare uomini che fossero fedeli solo a lui, qualsiasi cosa accadesse, qualsiasi verità venisse rivelata.
- Quello che sto per fare non sarà piacevole Pablito. - lo avvisò piano con voce inespressiva.
Egli annuì, serissimo. - Lo so, señor. - mormorò.
Juan sospirò piano, cercando di trovare le parole per esprimere ciò che doveva dirgli - Ti ho tolto dalla strada quando non avevi di che sopravvivere, ti ho dato protezione, la prospettiva di una vita dignitosa e la mia fiducia…-
- Voi avete tutta la mia fedeltà, señor - gli promise con impeto.
- Qualsiasi cosa accada? - gli chiese duramente.
- Sì señor, anche se foste il diavolo in persona, vi seguirei all'inferno. -
Quella dichiarazione strappò a Juan un sorriso. Gli scompigliò i capelli.
- Non sai cosa può essere il mio inferno, Pablito. - commentò con amarezza - E' probabile che mi vedrai compiere delitti efferati, ma non posso esimermi dal farlo, ne va della mia vita. -
- Datemi una pistola e vi aiuterò. - si offrì con ardore.
Questa volta Juan rise apertamente, e i chiari occhi gelidi brillarono divertiti.
- Non sprecherò il tuo prezioso aiuto in qualcosa per cui ho pagato altri. - fece una pausa, ripensando a come fosse cambiato in poche settimane.
Nel tempo impiegato a riprendersi dalla ferita, Juan aveva visto il piccolo Pablo tramutarsi da misero mendicante pelle e ossa, in quel bambino pieno di energia e di passionalità che gli rivolgeva sguardi adoranti e servizievoli. L'aveva preso al proprio servizio in un momento in cui lui stesso aveva avuto un disperato bisogno di appoggiarsi a qualcuno, e da quel giorno Pablo era divenuto la sua ombra, svolgendo per lui ogni tipo di mansione, anche quella di cercare e di assoldare per lui quei mezzi delinquenti là fuori.
- Invece, promettimi che ti terrai bene alla larga, fino a che tutto non sarà finito. Mi arrabbierei moltissimo se dovessi beccarti una pallottola in corpo. -
Dopo una lunga pausa di silenzio, Pablo esternò i timori che si agitavano dietro la sua espressione ansiosa.
- Quando avrete finito, ve ne andrete di nuovo? Mi lascerete qui, señor?-
Juan lo osservò perplesso - Tu cosa vuoi Pablo? - scosse piano la testa - Non voglio che pensi di dover rimanermi accanto per sempre; ti fornirò una rendita che ti permetta di istruirti e di costruirti un avvenire… ma questo non sarà necessariamente accanto a me, se non lo vorrai. -
- Ma voi… mi volete con voi? -
- Io vorrò quello che vorrai tu. Ed ora metti da parte i sentimentalismi, tienili in serbo per le donne in futuro. Quando sarà tutto finito, deciderai autonomamente quello che vorrai fare. -
- Io voglio servirvi per tutta la vita -
- Di servi ne ho quanti ne voglio Pablito, non ti voglio come servo - replicò bruscamente.
- Allora fatemi essere i vostri occhi e le vostre orecchie. Voi avete un segreto e molti nemici, e io proteggerò voi e ciò che vi appartiene -
Parole da adulto in bocca a un bambino, pensò Juan sconcertato dall'intuito che rivelava quella dichiarazione inaspettata. Si sentì invadere da una sensazione di tenerezza.
Annuì - Allora così sia, Pablito -

Quando la carrozza rallentò nell'imboccare il lungo viale alberato in mezzo alla campagna sivigliana, attraverso il finestrino Juan ebbe una fugace visione della grande costruzione che si ergeva alla sua fine, e d'improvviso fu assalito dai ricordi.
Dolorose rimembranze di giorni spesi nell'odio e nel rinnegamento di se stesso, vendendo l'anima al nemico… per una menzogna.
Tra quelle mura Don Alfonso l'aveva plasmato a suo piacere, aveva trasformato un ragazzo dolce e passionale, ferito nel corpo e annientato nello spirito, in un uomo freddo e calcolatore, mosso solo dal rancore e dal desiderio di vendetta.
Tornare laggiù gli provocava un nodo allo stomaco e un senso crescente di nausea. Dal giorno in cui aveva lasciato Siviglia ed era salpato alla volta del nuovo mondo, Juan non aveva mai fatto ritorno.
Aveva speso gli anni successivi a dare la caccia ai pirati, a scortare le flotte dell'argento nel mare interno e a costruirsi la fama dell'impavido capitano spagnolo, nemico giurato della filibusta, corteggiato da ammiragli e governatori.
Aveva conquistato Santa Catalina, sconfitto il capo della filibusta Edward Mansfield, catturato il Portoghese… era entrato in Tortuga con un manipolo di uomini e aveva sfidato l'intero popolo dei bucanieri in casa loro per commettere l'azione più abietta e vigliacca della propria vita: rapire una donna e causarne la morte.
In quel momento, sentiva di aborrire il nome che portava e si disprezzava come l'ultimo degli esseri umani, ma non gli era rimasto nulla se non quel nome e se stesso, ed era risoluto a proteggere entrambi.
Il rumore della ghiaia sotto le ruote annunciò l'arrivo ai giardini. Appoggiato allo schienale, Juan respirò profondamente, anticipando col pensiero la direzione della vettura e il momento in cui il cocchiere avrebbe arrestato i cavalli.
Un improvviso silenzio sembrò coprire tutti i rumori esterni per invadere i suoi pensieri. Ebbe un attimo di esitazione, scivolando con lo sguardo sul viso di Pablo, che lo guardava con espressione consapevole.
Recuperò il controllo sulle proprie emozioni, fece ciò che Don Alfonso l'aveva istruito a fare così bene: le mise a tacere, insieme alla coscienza.
Strinse nella mano l'elsa della spada che portava al fianco.

E' arrivato il momento di riprenderti il tuo futuro, Juan.

Poi lo sportello della carrozza si spalancò, e non ci furono altri pensieri, né ravvedimenti, né rimorsi.

 

L'Irlandese
proprietà letteraria riservata
© 2007-2010  Kathleen McGregor

 

background storico

1672-1674

Contrabbando

A differenza dei romanzi precedenti, la trama de L'Irlandese è incentrata non sull'avventura ma sui personaggi e sulla loro storia d'amore. Non vi sono avvenimenti storici salienti, la realtà in cui si muovono è quella delle colonie spagnole.
Dopo la presa di Maracaibo del 1669 i Filibustieri continuano a bazzicare lungo le coste del Main spagnolo, e quando non si dedicano a saccheggi nelle città costiere e cattura di isolati vascelli, si occupano di contrabbando facendo scalo in punti alcuni punti strategici, tra i quali Curaçao.

Pedro Calderon de la Barca

drammaturgo spagnolo nato a madrid nel 1600 e morto nel 1681, autore del dramma filosofico-teologico La vida es sueño  (La vita è sogno), in tre atti, scritta nel 1635

In un'immaginaria Polonia, vive un immaginario re, Basilio, esperto di astrologia. Egli, alla nascita del figlio Sigismondo, prevede che questi diventi un principe sanguinario e tiranno. Per evitare che ciò accada lo fa rinchiudere in una torre. Sigismondo è custodito da Clotaldo, il fido del re, dal quale riceve la sua unica educazione sul mondo esterno che non ha mai avuto modo di vedere con i suoi occhi. All'inizio del dramma compaiono, Rosaura, figlia di Clotaldo, e il suo servo Clarino. Clotaldo non conosce la figlia in quanto aveva abbandonato la moglie prima che la bambina nascesse. Rosaura sarà riconosciuta dal padre per mezzo di una spada che la giovane gli consegnerà. Rosaura e Clarino si avvicinano alla torre, illuminata da una fioca luce, dove è rinchiuso Sigismondo. Sigismondo, inferocito per essere stato sorpreso, minaccia di ucciderla ma interviene Clotaldo che chiama immediatamente le guardie e fa arrestare i due intrusi. Intanto il re Basilio, decide di mettere il figlio alla prova dandogli la possibilità di cambiare il suo destino. Fa dunque somministrare a Sigismondo un sonnifero e durante il sonno lo fa trasportare a corte.

Nel secondo atto si vede Sigismondo alla reggia, attonito tra i musici che cantano e i servi che lo vestono. Clotaldo intanto gli racconta la verità e la necessità di afferrarsi a se stesso, spinge Sigismondo a manifestare la sua natura di essere non fondamentalmente cattivo, ma di individuo abbandonato a se stesso, vissuto lontano dalla civiltà. Così Sigismondo, che ora vuole vendicarsi di tutto e di tutti, si comporta in modo superbo e tirannico. Solamente davanti a Rosaura, che è stata condotta a corte dal padre, egli si calma restando estasiato dalla sua bellezza. Basilio deve prendere atto che Sigismondo è veramente il mostro che gli astri avevano profetizzato, così lo addormenta nuovamente e lo fa ricondurre in prigione. Svegliatosi nella prigione, Sigismondo deve ammettere che ha sognato, ma l'evidenza di quel sogno, tanto simile alla realtà, fa nascere in lui una certa confusione tra il sogno e la realtà, risolvendosi infine nella certezza d'una verità superiore che diventerà regola per la sua vita futura: tutta la vita è un sogno.

Nel terzo atto, alla notizia che al trono sono stati designati Astolfo e Stella, il popolo insorge in favore di Sigismondo e lo acclama re. Sigismondo viene liberato e condotto a corte e lungo la strada incontra Rosaura. Sigismondo è smarrito perché si rende conto di aver già visto quella fanciulla e ancora si chiede se quello fu sogno o realtà. Prende le redini del regno ed opera con saggezza e giustizia.

 

finzione e realtà

Don Juan Pérez de Guzmàn y Gonzaga fu presidente dell'Audencia di Panama due volte, la prima dal 1665 al 1667, la seconda dal 1669 al 1671.
Nel periodo in cui è ambientato il romanzo in realtà Guzman non era più in carica già da diverso tempo, dopo la distruzione di Panama, infatti, fu ritenuto colpevole di non aver saputo affrontare il nemico e nel 1672 venne rimandato in Spagna, dove morì tre anni più tardi, ciononostante mi sono presa la libertà di rimetterlo in carica,  desiderando mettere contro Juan un personaggio già apparso nei romanzi precendenti, col quale egli aveva già instaurato un rapporto fatto di delicati equilibri, che non evita di volgersi contro di lui quando questi equilibri vengono meno.

 

immagini

 


Cartagena


mappa di Portobello

 

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