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estratto
Cadice,
Spagna - 17 Settembre 1668
Juan tossì convulsamente,
cercando di respirare. Il crepitio delle fiamme si alzava intorno a lui con un
frastuono assordante, gli riempiva il cervello,
impastoiando i riflessi e la ragione. Si rendeva
vagamente conto di essere ferito, le sue percezioni
erano concentrate sul calore che lo avvolgeva, sulle
palpebre pesanti che sentiva scottare e gli occhi pieni
di fumo che non riusciva a tenere aperti. In qualche
modo era consapevole che se non avesse trovato alla
svelta una via d’uscita sarebbe morto sotto le macerie
della sua casa, ma si sentiva incapace di muoversi, si
sentiva pesante, troppo debole per lasciare quell’angolo
dove era stato trascinato un istante prima che la
vendetta di Dorian si compiesse e mettesse fine a quella
sua vita sciagurata. L’aveva attesa… con rassegnata accettazione; nonostante
l’istintivo attaccamento alla vita era stato pronto a
morire per espiare le sue colpe. Lo sguardo folle della
disperazione e della furia era l’ultima cosa che di suo
fratello aveva visto, poi la pistola aveva sparato e
tutto era piombato nel buio più cupo, inconsciamente
confortato dal fatto che avesse scelto per lui una fine
rapida, glaciale, dopo aver speso ogni grammo di energia
a distruggere ciò che lo circondava. Tossì di nuovo, e il dilaniante dolore ai polmoni riuscì
a scuoterlo dal torpore in cui versava.
Non morirai… ancora. Erano state le brevi parole bisbigliate da colui che lo
aveva spinto nell’istante in cui era partito il colpo,
facendolo stramazzare al suolo ferito piuttosto che
morto, e che poi l’aveva afferrato per la giacca e
allontanato, buttato contro quel muro, per terra,
sapendo di non poter far altro per salvarlo.
Non morirai… ancora. - No… - si disse stremato - … non morirò. - con
un’immane fatica fece forza sulle braccia per
sollevarsi. Il dolore lo trapassò da parte a parte, strappandogli un
gemito rauco. Ricadde a terra, cercò di trascinarsi. Uno schianto lo
fece sussultare, il fuoco ruggiva, si agitava come una
fiera liberata dall'inferno. L'aria bollente era buia,
ispessita dal fumo, piena di polvere e di detriti
infuocati che caracollavano sopra il furore delle
fiamme. Juan si spinse attraverso il pavimento arroventato,
l'immagine di suo fratello impressa nella mente,
indelebile come il bagliore del fuoco nelle cornee,
dolorosa come l'angoscia che si portava dentro. Se n'era andato persuaso dai suoi compagni di averlo
ucciso… Strinse i denti. Gli si riempirono gli occhi di lacrime. Cosa aveva fatto? Si accasciò prostrato, scosso dai
singhiozzi. Come poteva raggiungere quella porta? Salvarsi? Vivere?
Con il peso della colpa a schiacciargli il cuore? Sopra di lui il soffitto si stava sgretolando.
Alzò lo sguardo annebbiato sentendone cadere
rovinosamente le macerie. Sarebbe morto. Se non si fosse sollevato immediatamente
e non avesse raggiunto quella porta avrebbe completato
l'opera di Dorian. Per quanto pensasse di meritare quella fine, nel suo
intimo qualcosa si ribellò, quelle parole pronunciate
come una condanna vi fecero breccia in un crescendo
doloroso, fino a che le accettò per quello che erano. Non aveva altra scelta che portare avanti quella sua
vita mediocre che poggiava sulla menzogna e sull'odio. Il passato ora era precluso per sempre, l'Irlanda e il
ragazzo che era stato erano morti, uccisi da quella
pallottola che gli bruciava nella carne. Provò uno
struggente bisogno di tornare indietro nel tempo, mentre
con uno sforzo oltrepassava la soglia della biblioteca.
Nell'immenso atrio il fuoco stava demolendo la
scalinata, pezzi di intonaco si staccavano dal soffitto
e dalle pareti, mentre fiamme vive aggredivano i quadri,
i mobili, i tappeti, rigurgitando fumo nero come pece.
Il corpo senza vita di Jorge e del capitano Cristobàl
giacevano scomposti ai piedi della scala. Si volse con una smorfia di disgusto per se stesso:
aveva causato lui quella rovina e quelle morti. Si
chiese se mai in futuro tutto ciò gli sarebbe stato
perdonato, e tuttavia non cercò di illudersi. Dal portone che avevano lasciato socchiuso
nell'andarsene, proveniva un filo d'aria fredda. Juan
sentì i sensi acuirsi verso di esso, nel bisogno
disperato di dare conforto ai polmoni congestionati. Gli si buttò contro di slancio, usò il peso del corpo
per spalancarlo e vi cadde davanti inspirando
affannosamente per contrastare i conati di vomito.
Scivolò giù dai gradini tossendo, cercando la salvezza
sul lastricato gelido della strada ricoperto dal primo
velo di pioggia e si accasciò esausto, lo stomaco
contratto, i polmoni sofferenti, le orecchie piene del
reboante ruggire del fuoco, sorde ai rumori attutiti
dell'esterno. In pochi attimi si ritrovò a tremare di freddo. Si sentì sollevare e trascinare via, si avvide della
gente che si era radunata in strada, percepì le grida di
allarme, qualcuno gli stava chiedendo come stesse, ma
Juan non riuscì a parlare, una fitta di dolore lo
trapassò da parte a parte quando qualcosa gli premette
sulla ferita e senza rendersene conto piombò nel limbo
dell'incoscienza, accompagnato dall'immagine del cielo
nuvoloso sopra di lui invaso da nubi d'inchiostro e
rosse lingue di fuoco.
I fantasmi del passato
invasero il buio del delirio, aggredirono i suoi sensi
accentuando la percezione del dolore, riempiendolo di
angosciose visioni di tempeste e di gorghi oceanici, di
una nave squarciata che veniva ingoiata da marosi alti
come muraglie, di un viso splendido segnato dalla morte
che lo accusava cogli occhi pieni di terrore. Le sue grida gli riecheggiavano nelle orecchie
torturandolo, grida di terrore e di minaccia confuse col
mugghiare furioso del mare, grida che lo frustavano, che
si conficcavano nel petto come pugnali, che gli facevano
scoppiare il cervello e gli stritolavano il cuore. Cercò di trattenerla. Gridò il suo pentimento, cercando
disperatamente di sfuggire alla sua condanna e
ugualmente di raggiungerla. Le sue mani brancolavano in
quel buio infernale, voleva afferrarla, tirarla in
superficie, salvarla… e invece lei se ne andava; la nave
affondava, lei annegava… Lei moriva… e lui viveva.
L'aveva uccisa… e lui viveva. Al viso di lei si sovrappose l'immagine di Dorian, il
suo odio, la sua follia, il suo dolore. Il mare si calmò
con l'eco dello sparo, il tremore si placò insieme al
sopraggiungere del gelo, e quando si svegliò dalla
febbre, lo fece con un unico pensiero: proteggersi. Torturato dagli incubi, stremato dai sensi di colpa,
indebolito dalle ferite e dalla perdita di sangue, Juan
si sforzò di concentrarsi su sé stesso, di anteporre la
freddezza della ragione al tumulto delle emozioni, di
ritrovare il controllo dei propri nervi e mettere da
parte tutto ciò che era inutile, come il rimpianto, il
rimorso, i ricordi, e il pensiero di Dorian. C'era stato un momento in cui aveva osato sperare che il
passato potesse essere cancellato, che ciò che li aveva
divisi potesse venire dimenticato e perdonato. Ora
sapeva che la strada intrapresa molto tempo prima, aveva
decretato già allora il fallimento di quella
riconciliazione; l'odio che aveva nutrito e che l'aveva
portato ad accettare un'identità nemica e a braccare suo
fratello per ucciderlo, si era riversato contro di lui
proprio quando, rinnegando le proprie vili azioni,
avrebbe fatto di tutto pur di riconquistarne l'affetto. Ma per quanto fosse deciso a dimenticare, c'erano sempre
quelle parole che echeggiavano dentro la sua testa e
l'inesplicabile azione che aveva decretato la sua
sopravvivenza e che lo umiliava in modo doloroso. Non morirai… ancora.
Quale senso dare a quella clemenza clandestina? Perché i
compagni più fedeli di Dorian avevano agito in quel
modo? Aveva ancora la sensazione delle mani di Avery che
lo afferravano per trascinarlo via, del tocco rude di
McFee sulla gola, la sua voce metallica che diceva:
è morto. Andiamocene. E' morto… Un uomo come McFee, pirata e assassino, non poteva
essersi ingannato sulle sue disperate pulsazioni. Chiuse gli occhi in un eccesso di stanchezza,
rinunciando a cercare un senso logico allo svolgersi
degli eventi. Non avrebbe mai saputo il vero motivo per
cui lui respirava ancora. - State male, señor? - Male? Che eufemismo pensò con ironia. - Niente di grave, Pablito, sono solo i punti. Queste
strade dissestate me li fanno sentire più del dovuto. -
- Volete che dico al cocchiere di andare più piano? -
chiese il giovanissimo servo con sollecitudine. Juan scosse il capo. Era imperativo arrivare a Siviglia,
già troppo tempo era stato perso nella sua convalescenza
dalle ferite. Ogni istante che passava, avrebbe potuto fare la
differenza tra la vita e la morte e per quanto avesse
pensato di meritarla da Dorian, non era certo disposto a
dare ad altri la medesima opportunità. Dovrai mettere a tacere un po' di gente… Era stato proprio Avery ad ammonirlo, prima che tutto
precipitasse… quando ancora cullava l'illusione di
ritrovare la serenità nell'affetto per il fratello,
prima che le dichiarazioni infauste del capitano
Cristobàl armassero invece la sua terribile vendetta. Per quanto ciò gli ripugnasse, sapeva di doverlo fare.
L'accordo segreto che aveva fatto di lui, misero
prigioniero irlandese, l'erede di Don Alfonso Corraya
mentre costui era in vita, si era tramutato in una
minaccia reale e pressante ora che il vecchio era morto.
Il potere che il nome gli portava non l'avrebbe protetto
da coloro che conoscevano la sua vera identità. C'erano individui che sapevano abbastanza da mandarlo
sul rogo, e per quanto triste si prospettasse l'idea di
continuare ad essere il giovane Corraya, non
aveva altra alternativa che quella. Possedimenti, potere, denaro e una maschera fasulla, in
cambio della sua verde Irlanda e della propria anima.
Aveva già fatto quel baratto, ma fino ad ora, in un modo
o nell'altro, aveva sempre creduto che vi sarebbe stata
messa una fine. Invece Dorian l'aveva reso eterno…
proprio come la morte. Prima aveva ucciso Don Alfonso,
poi aveva ucciso lui… - Ti sei informato sulla situazione alla haçienda? -
chiese al bambino con noncuranza. Pablo sollevò su di lui i luminosi occhi neri. - Sì,
señor! Proprio come mi avete ordinato, señor. Gonzales
fa da capo e segue gli ordini di vostro padre. Mi hanno
detto che va a Cadice ogni tre mesi, quando arrivano le
navi di Don Alfonso, riceve le missive e consegna i suoi
rapporti. Ha incontrato il capitano Cristobàl tre
settimane fa al suo arrivo, poi è tornato a Siviglia. - - Quindi ora si trova a Siviglia. -
Il bambino annuì. Non c'era nulla che potesse dirgli se la notizia della
morte di Don Alfonso e quella concomitante del suo
arrivo in Spagna gli fosse giunta… poteva solo sperare
di coglierlo di sorpresa, perché Luiz Gonzales non era
uno stupido, e non aveva mai fatto mistero dell'astio
che provava nei suoi confronti. Aveva mantenuto fede al
giuramento di segretezza impostogli da Don Alfonso solo
perché un tradimento sarebbe valso la morte, e Gonzales
era un mediocre tirapiedi troppo attaccato alla sua
miserabile esistenza per rischiare di perderla. Sarebbe stato l'ostacolo maggiore, rifletté cupamente. Gli uomini che in quel momento scortavano la carrozza
erano stati ben pagati per i loro servigi, e l'allusione
al fatto di dover usare le armi che si portavano
appresso in discreto numero, non sembrava averli
impressionati. Respirò a fondo, serrando i denti a una fitta di dolore. Se fosse stato in grado di farlo, se ne sarebbe occupato
di persona. Lui non usava delegare ad altri le proprie
battaglie, aveva sempre affrontato i nemici faccia a
faccia… questa volta aveva dovuto arrendersi al fatto
che le sue condizioni fisiche non gli avrebbero
garantito la sopravvivenza a uno scontro diretto, e
poiché ogni uomo a Siviglia era fedele al nome dei
Corraya, aveva dovuto trovare uomini che fossero fedeli
solo a lui, qualsiasi cosa accadesse, qualsiasi verità
venisse rivelata. - Quello che sto per fare non sarà piacevole Pablito. -
lo avvisò piano con voce inespressiva. Egli annuì, serissimo. - Lo so, señor. - mormorò. Juan sospirò piano, cercando di trovare le parole per
esprimere ciò che doveva dirgli - Ti ho tolto dalla
strada quando non avevi di che sopravvivere, ti ho dato
protezione, la prospettiva di una vita dignitosa e la
mia fiducia…- - Voi avete tutta la mia fedeltà, señor - gli promise
con impeto. - Qualsiasi cosa accada? - gli chiese duramente. - Sì señor, anche se foste il diavolo in persona, vi
seguirei all'inferno. - Quella dichiarazione strappò a Juan un sorriso. Gli
scompigliò i capelli. - Non sai cosa può essere il mio inferno, Pablito. -
commentò con amarezza - E' probabile che mi vedrai
compiere delitti efferati, ma non posso esimermi dal
farlo, ne va della mia vita. - - Datemi una pistola e vi aiuterò. - si offrì con
ardore. Questa volta Juan rise apertamente, e i chiari occhi
gelidi brillarono divertiti. - Non sprecherò il tuo prezioso aiuto in qualcosa per
cui ho pagato altri. - fece una pausa, ripensando a come
fosse cambiato in poche settimane. Nel tempo impiegato a riprendersi dalla ferita, Juan
aveva visto il piccolo Pablo tramutarsi da misero
mendicante pelle e ossa, in quel bambino pieno di
energia e di passionalità che gli rivolgeva sguardi
adoranti e servizievoli. L'aveva preso al proprio
servizio in un momento in cui lui stesso aveva avuto un
disperato bisogno di appoggiarsi a qualcuno, e da quel
giorno Pablo era divenuto la sua ombra, svolgendo per
lui ogni tipo di mansione, anche quella di cercare e di
assoldare per lui quei mezzi delinquenti là fuori. - Invece, promettimi che ti terrai bene alla larga, fino
a che tutto non sarà finito. Mi arrabbierei moltissimo
se dovessi beccarti una pallottola in corpo. - Dopo una lunga pausa di silenzio, Pablo esternò i timori
che si agitavano dietro la sua espressione ansiosa. - Quando avrete finito, ve ne andrete di nuovo? Mi
lascerete qui, señor?- Juan lo osservò perplesso - Tu cosa vuoi Pablo? - scosse
piano la testa - Non voglio che pensi di dover rimanermi
accanto per sempre; ti fornirò una rendita che ti
permetta di istruirti e di costruirti un avvenire… ma
questo non sarà necessariamente accanto a me, se non lo
vorrai. - - Ma voi… mi volete con voi? - - Io vorrò quello che vorrai tu. Ed ora metti da parte i
sentimentalismi, tienili in serbo per le donne in
futuro. Quando sarà tutto finito, deciderai
autonomamente quello che vorrai fare. - - Io voglio servirvi per tutta la vita - - Di servi ne ho quanti ne voglio Pablito, non ti voglio
come servo - replicò bruscamente. - Allora fatemi essere i vostri occhi e le vostre
orecchie. Voi avete un segreto e molti nemici, e io
proteggerò voi e ciò che vi appartiene - Parole da adulto in bocca a un bambino, pensò Juan
sconcertato dall'intuito che rivelava quella
dichiarazione inaspettata. Si sentì invadere da una
sensazione di tenerezza. Annuì - Allora così sia, Pablito -
Quando la carrozza
rallentò nell'imboccare il lungo viale alberato in mezzo
alla campagna sivigliana, attraverso il finestrino Juan
ebbe una fugace visione della grande costruzione che si
ergeva alla sua fine, e d'improvviso fu assalito dai
ricordi. Dolorose rimembranze di giorni spesi nell'odio e nel
rinnegamento di se stesso, vendendo l'anima al nemico…
per una menzogna. Tra quelle mura Don Alfonso l'aveva plasmato a suo
piacere, aveva trasformato un ragazzo dolce e
passionale, ferito nel corpo e annientato nello spirito,
in un uomo freddo e calcolatore, mosso solo dal rancore
e dal desiderio di vendetta. Tornare laggiù gli provocava un nodo allo stomaco e un
senso crescente di nausea. Dal giorno in cui aveva
lasciato Siviglia ed era salpato alla volta del nuovo
mondo, Juan non aveva mai fatto ritorno. Aveva speso gli anni successivi a dare la caccia ai
pirati, a scortare le flotte dell'argento nel mare
interno e a costruirsi la fama dell'impavido capitano
spagnolo, nemico giurato della filibusta, corteggiato da
ammiragli e governatori. Aveva conquistato Santa Catalina, sconfitto il capo
della filibusta Edward Mansfield, catturato il
Portoghese… era entrato in Tortuga con un manipolo di
uomini e aveva sfidato l'intero popolo dei bucanieri in
casa loro per commettere l'azione più abietta e
vigliacca della propria vita: rapire una donna e
causarne la morte. In quel momento, sentiva di aborrire il nome che portava
e si disprezzava come l'ultimo degli esseri umani, ma
non gli era rimasto nulla se non quel nome e se stesso,
ed era risoluto a proteggere entrambi. Il rumore della ghiaia sotto le ruote annunciò l'arrivo
ai giardini. Appoggiato allo schienale, Juan respirò
profondamente, anticipando col pensiero la direzione
della vettura e il momento in cui il cocchiere avrebbe
arrestato i cavalli. Un improvviso silenzio sembrò coprire tutti i rumori
esterni per invadere i suoi pensieri. Ebbe un attimo di
esitazione, scivolando con lo sguardo sul viso di Pablo,
che lo guardava con espressione consapevole. Recuperò il controllo sulle proprie emozioni, fece ciò
che Don Alfonso l'aveva istruito a fare così bene: le
mise a tacere, insieme alla coscienza. Strinse nella mano l'elsa della spada che portava al
fianco. E' arrivato il momento di riprenderti il tuo futuro,
Juan. Poi lo sportello della carrozza si spalancò, e non ci
furono altri pensieri, né ravvedimenti, né rimorsi.
L'Irlandese
proprietà letteraria riservata ©
2007-2010 Kathleen McGregor |