|
estratto
Giamaica
-
5 dicembre 1671
L’aria
della notte era fredda e sapeva di pioggia.
Un vento pungente si era alzato da ovest e investiva
la costa con determinata insistenza, portandosi dietro
un fardello di nubi nere come l’ebano. Il sordo
mugghiare del mare erompeva tonante nell’aria.
Marosi gonfi di tempesta si impennavano con
controllata violenza, levandosi verso il cielo come
mani dalle dita traslucide e si abbattevano con forza
crescente contro il molo, frangendosi sulle carene
annerite delle navi commerciali.
In un’ansa riparata della costa, l’ombra solitaria
di un vascello corsaro si stagliava
immobile sul mare tormentato.
Un’ombra nera in una notte ancora più nera.
Solo a tratti, una pallida falce di luna emergeva dai
cumuli carichi di pioggia e gettava sotto di sé
eteree pennellate opalescenti.
Era in una notte come quella, infine, che il diavolo
era venuto a prenderlo.
Una notte in cui gli elementi avrebbero mosso
battaglia per l’ennesima volta e dove uomini come
lui avrebbero trovato la gloria di un bottino, o la
dannazione eterna.
Una notte che stranamente rinvangava il ricordo sopito
di altre lontane, fredde e impenetrabili, vissute
sulle cime scoscese delle Highlands, pervase dal
triste ululato del vento e dal lamento di spettri
senza pace.
Nel cupo silenzio del porto, l’eco di una canzone
sguaiata s’alzava beffarda come la risata del
diavolo e cavalcava il vento fino al largo, divenendo
lugubre come il grido dei dannati… un grido che Alec
Guilford McKindry aveva avuto la presunzione di aver
udito e sfidato molte volte, ma che ora gli apparve
indicibilmente reale, come il dolore che lo devastava,
e incalzante, come l’uragano che stava per
travolgerli.
Sospirò, tossendo per lo sforzo.
Per un istante la scialuppa rimase in balia delle
onde, i remi fermi, immersi
nell’acqua nera.
Piegato su se stesso, McKindry si guardò ansimando il
ventre inondato di sangue, una macchia nera e fredda,
che si spandeva e gli scivolava sulla pelle, sotto la
camicia impregnata e i calzoni consumati.
Per svista o per negligenza, chiunque gli avesse mosso
quell’agguato, non si era preoccupato di dargli il
colpo di grazia… doveva essersi convinto di averlo
colpito a morte e di certo era stato più ansioso di
dileguarsi che di assicurarsi di aver fatto un buon
lavoro.
E tuttavia nessuno poteva negare che lo fosse.
Stava per morire.
Lo sapeva dal momento in cui aveva sentito la lama
entrargli dentro.
In trent’anni di corsa erano stati molti coloro che,
per fortuna o abilità, gli avevano infilato in corpo
un proiettile o il filo di una spada, tutti uomini che
aveva fronteggiato su ponti di galeoni arrembati, o
nei villaggi, durante le razzie. Uomini di cui non
ricordava né i nomi né i volti: brevi figure di
passaggio, la cui esistenza era tradita soltanto da
una cicatrice.
Ma questa volta era diverso. Nessuna cucitura avrebbe
chiuso quella sciabolata e solo la morte avrebbe
arrestato il sangue.
Lo sapeva, come sapeva che appresso il giorno veniva
la notte.
La collera rovente che lo aveva trascinato fino a quel
punto sembrò d’un tratto troppo fiacca. Gli aveva
stillato forza e volontà, una misera speranza
mescolata al desiderio di vendetta…. Tutte cose che
adesso sentiva venir meno, schiacciate dal peso di una
inequivocabile consapevolezza, e sopraffatte da quella
sensazione che paradossalmente più temeva e
rifuggiva: la paura.
Si riscosse debolmente, sollevando uno sguardo vacuo
nel buio che lo circondava.
La paura era subdola come una serpe, pensò con
rancore. Scivolava attraverso le difese di un uomo col
suo stesso respiro, si insinuava sotto la sua pelle,
attaccandolo sistematicamente dall’interno, in
silenzio, senza tradirsi se non quando ne era
devastato suo malgrado, quando le sue dita avevano
imprigionato il suo cuore e paralizzato la sua mente,
rendendolo inerme come un vigliacco.
Sputò una bestemmia a mezza voce.
Strinse i remi nelle mani e si stupì, provando lo
struggente desiderio di poter fare lo stesso con la
vita…
Lentamente, faticosamente, riprese a remare, la mente
di colpo piena di ricordi.
Il vuoto sterile che lo aveva inondato fu sostituito
da un turbinio di emozioni, immagini, suoni. E più il
cuore si faceva debole, più chiare si facevano le
visioni, facce dimenticate insieme a sentimenti
sepolti nel fondo di un’urna che stava per essere
vuotata… una vita intera bevuta in pochi
interminabili istanti.
Ed era impressionante, l’intensità del piacere, o
del dolore, che provava nel riviverli.
Si diede un’occhiata alle spalle, cercando con lo
sguardo la sua nave e tremando di debolezza nello
sforzo di raggiungerla… La Glen
Affric era là, e McKindry la guardò come solo un
uomo morente poteva guardare il suo rifugio.
Un’oasi che restava infinitamente lontana, per
quanto gli sembrasse di vogare da ore. Vacillò,
devastato dal dolore. Sentì le dita aprirsi, i remi
scivolare nell’acqua, senza che potesse fare nulla
per impedirlo.
Si accasciò sul fondo, desiderando d’un tratto di
dormire. Si sentiva stanco… il peso delle gambe
intorpidite gli era insopportabile… il
peso dell’attesa, gli era insopportabile. Chiuse
gli occhi, ascoltando il gorgogliare del mare, sotto
di lui.
Una calma innaturale lo invase.
Aspettava di sapere quale fosse il sapore
dell’ultimo respiro, la paura aveva lasciato il
posto ad una sorta di pacata rassegnazione. E
tuttavia, ebbe un ultimo moto di ribellione, allorché
i suoi pensieri evocarono ciò che di lui restava in
questa vita: l'inconsapevole erede del suo sangue, del
suo nome e della sua fortuna.
-
Cani maledetti - il ruggito imbestialito di O’Tool
sovrastò per un istante il fragore crescente della
burrasca. - Rispondete, che il diavolo vi porti! Chi
ha preso la scialuppa? -
Sul ponte spazzato dal vento gli uomini si lanciarono
l’un l’altro fredde occhiate indagatorie,
opponendo un silenzio carico di nervosismo.
Qualcuno si era dato da fare a lasciare la nave in
fretta e furia... la fune che tratteneva la piccola
imbarcazione era stata recisa con un coltello, ma
nessuno aveva visto o udito nulla.
- Dov’è quella maledetta vedetta? - urlò fuori di
sé.
Il mozzo Curt si strinse nella coperta umida,
raggomitolandosi a ridosso dell’albero di gabbia.
- La visuale dalla coffa è coperta dalla fiancata
della nave - commentò seccamente il nostromo Glasgow
avvicinandosi.
O’Tool lo agguantò per il bavero della giacca, lo
scosse ringhiando come un lupo. - Eravate voi di turno
Glasgow -
- Sul ponte ci siete stato anche voi - ribatté con lo
stesso tono, liberandosi con uno strattone. - Siamo
senza luna e coi fanali spenti. E’ già tanto se ci
riconosciamo guardandoci in faccia l’un l’altro.
Chiunque sia stato, sapeva esattamente come
muoversi... -
- Certo che lo sapeva, maledetto. Era uno di noi! -
Si fissarono con ostilità per un lungo momento.
L’oscurità pressoché assoluta impediva di
guardarsi chiaramente negli occhi, ma nessuno dei due
aveva bisogno di vederci, per sentirsi addosso lo
sguardo truce dell’altro.
Kevin O’Tool era grande e massiccio, aveva la testa
rasata e la barba incolta gli incorniciava a faccia
cotta dal sole, segnata di rughe e cicatrici.
Era stato assoldato da McKindry meno di sei mesi
prima, dopo che Henry Morgan lo aveva abbandonato
insieme ad un altro migliaio di filibustieri, capitani
e non, sulle coste di Panama, per fuggire
precipitosamente a Port Royal con un bottino che
rasentava il mezzo milione di sterline.
Johnathan Glasgow al contrario era
snello e agile, una folta capigliatura striata
di grigio gli scendeva fino alle spalle e due baffi
appuntiti marcavano l’espressione severa. Ex
ufficiale della marina inglese, era stato un convinto
sostenitore della politica condotta da Thomas
Modysford. Aveva smesso di servire la bandiera
britannica a beneficio di quella nera quando questi
era stato destituito e rimpiazzato dal pacifista
Thomas Lyngh, dopo la clamorosa presa di Panama ad
opera di Morgan.
Sulla Glen Affric, l’autorità di O’Tool eguagliava quella di Glasgow
in assenza del capitano, ed era stato lo stesso
McKindry a decidere che fosse così.
Metterli sullo stesso piano aveva significato metterli
in competizione, ma anche averne un controllo
maggiore, contrapponendo alla natura irruente e
violenta del primo, il solido autocontrollo e sangue
freddo dell’altro.
E anche se ciò non poteva impedire che venissero a
crearsi situazioni di aperto disaccordo, serviva
comunque da buon deterrente ad ogni forma di sodalizio
perpetrato ai suoi danni.
Paradossalmente, due uomini assetati di potere messi
uno di fronte all’altro, erano la migliore
assicurazione per conservare il proprio, e McKindry
era stato ben consapevole di essere ormai troppo
vecchio, per difenderlo da solo.
Un lampo si accese in lontananza. Una chiara e gelida
luce azzurra illuminò a giorno il profilo burrascoso
del mare. La Glen
Affric emerse dalla notte come uno spettro,
stagliata su un lago d’argento contro un groviglio
di nubi pesanti come sassi. Per un impercettibile
istante Glasgow ebbe una nitida visione del pugno di
uomini riuniti attorno a loro e delle loro espressioni
indecifrabili.
Si chiese mentalmente chi, e per quale ragione, avesse
sottratto l’ultima scialuppa e fosse scomparso senza
che nessuno se ne accorgesse.
- Voglio tutti gli uomini sul ponte - grugnì di colpo
O’Tool rivolgendosi a nessuno in particolare. -
Vedremo bene chi manca all’appello - sibilò
minaccioso.
Il clangore di un tuono esplose sopra le loro teste,
coprendo le sue ultime parole, e, come se si fosse
aperto l’antro nero del cielo, una pioggia finissima
prese a cadere di taglio fendendo l’aria satura di
salsedine.
- Non è importante il chi,
quanto il perché - lo contraddì Glasgow con voce dura. - Chiunque abbia
preso quella lancia doveva avere un valido motivo per
sfidare gli ordini, e mi gioco quello che volete che
non si trattava di una bevuta né di una scopata. -
Si guardò attorno, controllando le postazioni sul
ponte e sulla battagliola di poppa con l’aiuto
intermittente dei lampi e del loro candido riflesso
sul velo di bagnato che in breve aveva ricoperto tutte
le strutture della nave.
- Radunate la ciurma, Colwin - ordinò O’Tool. -
Cosa state cercando? - chiese rivolgendosi a Glasgow.
- Il posto migliore da dove uscire senza essere scorto
dalla ronda. -
Sulla coffa il giovane Curt si passò una mano
sulla faccia bagnata e si calcò il cappello sulla
fronte.
Acuì lo sguardo oltre la cortina traslucida
che lo circondava, sforzandosi di tener sotto
controllo la baia.
Le voci dal ponte provenivano confuse, coperte dallo
scrosciare della pioggia, e sebbene si sentisse
relativamente rassicurato, grazie alla difesa di
Glasgow, era oltremodo consapevole che non gli sarebbe
stato perdonato un secondo errore.
Il mare stava diventando grosso, il fragore dei marosi
si alzava nell’aria come il ruggito di un leone,
mentre acqua dolce e salata si mischiavano sulla
superficie in un frenetico e tumultuoso ribollire.
La nave prese a rollare e a beccheggiare con placida
lentezza, trattenuta dai cavi dell’ancora.
Uno dopo l’altro i 65 uomini dell’equipaggio
presenti sulla nave lasciarono le loro postazioni e le
loro cuccette e raggiunsero il ponte, stringendosi
nelle coperte e calcandosi i cappelli sulla testa, il
malcontento dipinto sui volti sporchi e il sospetto a
renderli nervosi.
- Ognuno controlli il proprio camerata - ordinò
O’Tool.
- E’ il dannato alloggio del capitano -
sbottò seccamente Glasgow muovendo
impulsivamente verso il cassero.
L’altro lo bloccò afferrandolo per una spalla. -
Che diavolo dite? - sibilò allarmato.
- E’ abbastanza in ombra da non essere notato dalla
coffa, e nascosto alla guardia sul cassero. Il nostro
uomo è uscito da lì - affermò il nostromo con
enfasi.
O’Tool volse un’occhiata incredula alla porta
chiusa dell’alloggio di McKindry.
Un lampo scaturì dal cielo, trasformando per un
istante la pioggia in una cascata di luce iridescente.
- Signore! - esclamò il marinaio Peet facendosi
avanti. - Manca Robbie Wilson, signore. - Un coro di
conferma si levò attorno a lui.
- Che incarico ricopriva? - chiese immediatamente
Glasgow, socchiudendo pericolosamente gli occhi.
- Era di ronda, signore. -
Dalla coffa giunse attutito il grido della vedetta.
Glasgow sollevò lo sguardo, facendosi schermo con le
mani, e intravide il giovane Curt sporto oltre la
coffa indicare verso est, mentre le sue parole urlate
nella pioggia si persero prima di arrivare alle sue
orecchie.
- Dannato uragano di merda - imprecò O’Tool in
sordina.
Rigido come l’albero al quale era attaccato, Curt
fissava incredulo la massa scura che mulinava tra le
onde priva di controllo. Si portò una mano alla bocca
e urlò di nuovo a pieni polmoni in direzione del
ponte.
- Sciaaaluppaa in maaree !!! -
- Cosa diavolo sta dicendo quel debosciato? -
ringhiò esasperato O’Tool voltandosi a
scrutare verso il mare.
Glasgow lo imitò. - Deve aver visto qualcosa. Colwin,
- fece al capo cannoniere - fai salire qualcuno su
quelle sartie, voglio sapere cosa c’è laggiù -
poi si volse verso il marinaio Peet. - Scova
Robbie - ordinò. - Gli altri ci sono tutti? -
Colwin annuì, la fronte aggrottata. - Tutti meno i
cinque che hanno scortato a terra il capitano -
Dalle sartie il marinaio puntò un dito verso
l’orizzonte. - C’è una barca, signore! - gridò
al loro indirizzo.
Gli uomini radunati sul ponte si fecero attorno agli
ufficiali.
- Là! - gridò uno di loro, nell’istante in
cui i bagliori di un lampo accesero un velo di luce
sulla baia.
O’Tool si sfilò il cannocchiale dalla cinta e lo
aprì di scatto.
- E’ la nostra? - gli chiese Glasgow.
- Se anche fosse, ci è impossibile recuperarla con
questo tempo di inferno.- ribatté.
- Quando doveva rientrare a bordo McKindry? -
s’informò Glasgow all’improvviso.
L’altro si strinse nelle spalle, oscurandosi. -
Stanotte, credo. -
- Chi è il miglior nuotatore. - chiese Glasgow
fissando il capo cannoniere.
Colwin strinse le mascelle. - Non ne ho idea. -
- Il migliore era Robbie, signore. - disse uno.
- Nientemeno - commentò acido.
- Allora cambiamo domanda: chi sa tenersi a
galla? -
Il marinaio Brighton fece un passo, con riluttanza. -
Io so nuotare abbastanza bene. -
- Cosa diavolo volete fare? - intervenne O’Tool.
Glasgow afferrò una cima e iniziò a svolgerla nelle
mani. - Recuperare quella scialuppa - fece un cenno a
Brighton e gli legò la corda sotto le ascelle.
- L’ultima posizione era circa a un quarto a dritta
di prua, ma la corrente la sta trascinando al largo -
scosse la testa. - Non riuscirà mai a raggiungerla
dentro quel mare. -
Glasgow ignorò il commento. - Al prossimo lampo di
luce devi localizzarla visivamente, poi dovrai nuotare
fino a incrociarla - istruì l’uomo. - Una volta che
sarai a bordo fissa il cavo alla barca, quando sarai
pronto soffia qui dentro - si tolse il fischietto dal
collo e lo mise al suo. - Sarà il segnale per noi per
trainarti fino alla nave -
Nel più rigido silenzio, l’intera ciurma schierata
sul ponte invaso dalle intemperie attese il
rischiararsi del cielo. Brighton al parapetto, con
Glasgow e O’Tool al fianco, fissava teso il buio che
li attorniava.
Fu un attimo breve e intenso.
Glasgow sobbalzò. - E’ là! -
esclamò. - Dritta davanti a noi, l’hai
vista? -
Il marinaio annuì. Poi scavalcò il parapetto, inspirò
e si tuffò fuoribordo.
L’acqua era gelida e l’impatto gli mozzò il
respiro.
Quando emerse, impiegò un istante ad orientarsi,
strizzando gli occhi attorno a sé. Al livello del
mare, una impercettibile luminescenza delineava la
superficie frustata dalla pioggia, sondandola con lo
sguardo iniziò a nuotare augurandosi di farlo nella
direzione giusta.
Ad ogni bracciata aveva l’impressione che la marea
lo respingesse, rendendo vano ogni suo sforzo, e gli
parve di nuotare da ore senza speranza, quando la
vide, di poco alla sua sinistra, che beccheggiava
selvaggiamente tra le onde.
Vederla e raggiungerla si dimostrarono tuttavia due
cose ben diverse, e fu con un ansimo di infinito
sollievo, quando, finalmente, poté toccarla e
aggrapparvisi.
Senza fiato, rimase appeso al bordo sdrucciolevole
della piccola imbarcazione per un lungo momento,
cercando di radunare le forze per issarvisi. Con
l’ultima oncia di energia che restava nei suoi
muscoli irrigiditi, si diede la spinta, facendo
leva sulle braccia, e si arrampicò oltre il bordo.
Con un gemito di sollievo si lasciò scivolare
all’interno e per un istante chiuse gli occhi,
ascoltando solo il proprio respiro arrochito dal sale
e il pulsare del sangue nelle vene.
-
Cosa diavolo sta succedendo? - borbottò O’Tool
impaziente. - Perché non ci dà quel maledetto
segnale? -
- Lo tiriamo su? - chiese Colwin pronto a dare il via
agli uomini.
- Ancora no. - fece Glasgow senza distogliere lo
sguardo dal mare.
La fune si era srotolata con una certa regolarità per
alcuni minuti, poi si era arrestata, rivelando solo il
movimento turbolento del mare. E da quel momento, i
sensi di tutti erano tesi al fine di percepire il
suono inconfondibile del fischietto del nostromo.
- Chi pensate di trovarvi, Johnathan? - chiese
O’Tool a bassa voce.
Glasgow scrollò le spalle. - Non ne ho la più
pallida idea. - gli rivolse uno sguardo in tralice. -
Forse il marinaio Wilson, visto che non è stato
trovato a bordo. -
O’Tool parve riflettere. - Beh, darebbe adito alla
vostra teoria... visto che era assegnato di guardia
all’alloggio del capitano.-
Glasgow si irrigidì, voltandosi a guardarlo di
scatto.
Poi, lieve come il vento e musicale come il canto
delle sirene, il lungo fievole fischio si alzò
nell’aria, raggiungendoli soffuso come se provenisse
dall’oltretomba.
- Il segnale! - sbottò O’Tool. - Forza voialtri,
issate quella fune. -
A veloci bracciate la corda venne issata a bordo,
finendo sul ponte in cerchi scomposti. - Veloci,
veloci! - gridava Colwin agli uomini zuppi fino al
midollo.
- La vedete? - gridò Glasgow sporgendosi.
La scialuppa restava invisibile agli occhi, pur
dovendo trovarsi a poca distanza da loro, e Glasgow
maledì l’assenza inopportuna dei lampi.
Solo quando iniziarono a udire la voce del marinaio
Brighton levarsi nel buio furono in grado di
percepirne la posizione e di intravederne l’ombra.
- Presto signore! - gridava Brighton agitando le
braccia.
- E’ il capitano! E’ il capitano! -
Velocemente la scialuppa raggiunse la linea di
galleggiamento della Glen
Affric, sbattendo contro la carena. - Il capitano,
signore! E’ferito. - ansò Brighton da sotto.
- Portate una lanterna. - urlò O’Tool
- Per tutti i diavoli cosa stai dicendo marinaio? -
esclamò Glasgow facendo scendere la scaletta di
corda.
- Il capitano McKindry, signore, è lui, è ferito. -
Glasgow fece per scendere, ma O’Tool lo bloccò. -
Chiamate il dottore. Vado a prenderlo io. Allora
questa lanterna, che Dio vi strafulmini!! - inveì
contro gli uomini.
In pochi istanti la luce fioca, giallastra di una
lanterna a olio protetta da un cappello si accese
sopra la scialuppa, rischiarando a fatica il corpo
abbandonato sul fondo.
O’Tool si chinò sul capitano e gli tastò la gola.
- Vivo. - grugnì. - Ma temo non per molto. Aiutami. -
intimò al marinaio.
Se lo caricò sulle spalle e iniziò a salire.
Raggiunse il parapetto nell’istante in cui Glasgow e
il dottor Gordon uscivano entrambi dal boccaporto. Una
dozzina di mani giunsero in aiuto, issandoli entrambi
e sollevando il capitano fino al ponte.
Gordon si chinò precipitosamente su McKindry, la
faccia scura. La luce tremolante della lampada ne
illuminava i tratti del volto bianco come un cencio, e
il rosso vermiglio del sangue che impregnava gli
abiti.
- Presto. Trasportatelo nel suo alloggio... -
Lo sollevarono di scatto e McKindry gemette
raucamente.
- Piano. - intimò il dottore. - Fate piano. -
Glasgow spalancò la porta della grande stanza sotto
il cassero, si diresse alle lampade e le accese tutte,
facendo più luce possibile. Poi si volse, mentre
McKindry vi veniva trasportato, e all’improvviso
sentì tutti i propri nervi tendersi e divenire duri
come acciaio.
Gordon precedeva il ferito, la sua preoccupazione era
evidente, ma non evitò di darsi una rapida occhiata
in giro e di rivolgere a Glasgow uno sguardo bieco.
- Adesso fuori tutti. - ordinò quando ebbero adagiato
McKindry sul letto.
O’Tool entrò in quel mentre e si fermò sulla
porta, chiudendosela alle spalle dopo che l’ultimo
marinaio ne fu uscito.
Nel cupo silenzio, la sua voce suonò dura e
minacciosa. - Cosa diavolo è successo qui dentro? -
Glasgow digrignò i denti. - Dopotutto, la mia teoria
si è rivelata estremamente esatta.- commentò
seccamente dandosi una lunga occhiata intorno.
La cabina era stata devastata, la libreria svuotata, i
libri e gli almanacchi gettati in terra, i cassetti
erano aperti, svuotati o rimestati, le carte sulla
scrivania erano state visibilmente esaminate e gettate
disordinatamente una sopra l’altra.
Neppure il baule degli indumenti di McKindry era stato
risparmiato, né le poltrone, aperte con un pugnale e
svuotate della paglia.
O’Tool era senza parole, ma i suoi occhi
sfavillavano d’ira.
- Per l’inferno. - sbottò piano - Cosa diamine
stava cercando? -
- La parola è estremamente azzeccata. - ribatté
Glasgow a denti stretti.
- Cercando.
-
Fece qualche passo nella stanza. Si accosciò
accigliandosi e tastò con l’indice una piccola
perla di liquido rosso. Ne vide altre. Si alzò,
seguendole con lo sguardo fino al paravento di mogano
rosso, di cui McKindry andava oltremodo orgoglioso,
vantandosi di averlo sottratto direttamente dalla
stanza della moglie del governatore di Hispaniola.
In poche falcate lo raggiunse e lo rovesciò.
Gordon e O’Tool sussultarono.
- Ed ecco Robbie. - mormorò Glasgow, i cupi occhi
chiari sul corpo senza vita del marinaio. - I conti
non tornano. - aggiunse truce.
- Passatemi una bottiglia di whisky. - li interruppe
il dottore, riponendo i ferri nella borsa.
- Come sta? - chiese Glasgow porgendogliela.
Gordon alzò le spalle. - Sta morendo. -
disse semplicemente. Gli sollevò il capo e gli
appoggiò la canna alle labbra.
McKindry bevve a fatica ma avidamente. Tossì
dolorosamente, poi socchiuse gli occhi opachi. Parve
guardarli senza vederli, tre facce scontente e
contratte.
Dunque era arrivato a bordo... si disse. Alla fine ce
l’aveva fatta, era venuto a morire sulla sua nave.
In fondo, era quello che aveva sempre voluto, anche se
non per mano di un vigliacco.
Aveva sognato la sua dipartita nel bel mezzo di una
battaglia, una battaglia di quelle coi fiocchi e
portandosi dietro un discreto numero di avversari.
Invece era morto per una stupida imboscata dietro un
lezzoso locale
del porto.
Si guardò intorno, riconoscendo la propria cabina....
si accigliò, si sollevò rantolando.
O’Tool e Glasgow si guardarono a vicenda. Il vecchio
corpo dissanguato tremò di
collera e furia scatenata, e McKindry lanciò
uno rauco ruggito.
- Calmatevi capitano. - lo blandì il dottore.
McKindry lo spinse via con una forza sorprendente,
ansando inferocito si tirò a sedere. - Cani
rabbiosi.... chi ha osato? Chi??? -
Con una volontà ferrea e una resistenza dettata solo
dall’ira, McKindry si alzò in piedi, barcollante
come un ubriaco, gli occhi fuori delle orbite.
Respinse l’aiuto di O’Tool e con una manata fece
scostare Glasgow.
Cadde contro la parete, incespicando rumorosamente nel
legno che gli sostituiva la gamba destra dal
ginocchio. Si trascinò fino ad una delle poltrone
guardandosi intorno oltraggiato, ansando per la
violenza delle emozioni.
Pur nel doloroso torpore in cui si dibatteva, McKindry
ebbe la sola lampante spiegazione possibile e alla
rabbia sentì sostituirsi una paura mai conosciuta,
mai provata. Con una spinta si staccò dalla poltrona,
piombando a faccia in giù sul piano della scrivania,
spazzando manciate di carte. Glasgow scattò in avanti
per sorreggerlo, ma ebbe il tempo di fare ben poco,
prima di venire di nuovo brutalmente respinto. -
Lasciatemi. - intimò con una voce irriconoscibile.
Raggiunse arrancando la cassettiera di legno di cedro,
sfilò i cassetti aperti uno
dietro l’altro, cercando convulsamente con lo
sguardo appannato, tastando con le mani tremanti sul
fondo nudo del mobile. Quando trovò l’anello, aprì
un tiretto e vi inserì le dita.
Era vuoto. Aveva saputo subito, che sarebbe stato
vuoto, tuttavia il constatarlo lo sconvolse. Con un
gemito rauco crollò a terra. Glasgow e O’Tool si
chinarono prontamente e lo sollevarono.
- Cosa è stato preso, capitano? - chiese
Glasgow, la voce piatta.
McKindry non rispose, in verità non udì niente per
un lungo momento, il suo cuore si era fermato, e poi
cocciutamente aveva ripreso a battere debolmente,
pompando le ultime gocce di sangue nel suo corpo
arido.
- Capitano! -
McKindry prese respiro. - Là... - sibilò - portatemi
là...-
Lo sedettero alla scrivania, sconcertati e nello
stesso tempo preoccupati.
Nell'improvviso silenzio, egli udì il sibilo
sommesso del proprio respiro e insieme ad esso una
muta, patetica, inutile preghiera per un istante di
vita, per un briciolo di tempo ancora da spendere con
la mente lucida… e per un'idea. Una maledetta,
immediata, urgente, vitale idea di cosa
fare.
- ...foglio... penna... - ordinò raucamente, poi
fece loro cenno di scostarsi.
Attese un lungo momento, nel tentativo di contrastare
il vuoto che sentiva crescere nella sua testa. Era
stanco, desiderava più di ogni altra cosa appoggiare
la testa sul tavolo e sprofondare nel sonno senza
tempo, dimenticare e andarsene.
Desiderava morire, perché vivere ad un tratto era
divenuto troppo doloroso, troppo faticoso.
Strinse la penna d’oca tra le dita, tremando come se
stringesse nella mano il peso del mondo intero. La
intinse nell’inchiostro e iniziò a vergare le
parole sulla carta, poche e confuse, dal tratto
incerto e sofferto.
Chi era stato? Quella domanda lo atterriva.
Chi
voleva la sua fortuna?
Chi aveva scoperto il suo segreto?
Chiuse
gli occhi, inumiditi dallo sforzo... ormai non vedeva
che ombre, la lettera non sembrava che una macchia
informe.
Contro chi, doveva metterla in guardia?
Chinò la testa sul braccio. Non riusciva a pensare più
a niente... si sentiva trascinare in un vortice senza
ritorno, e avrebbe tanto voluto lasciarsi andare.
- Capitano... - mormorò Gordon, aspettandosi di
vederlo esalare l’ultimo respiro.
- ... datemi un nome... - ansimò McKindry. - ... un
nome, che siate dannati... -
- L’equipaggio non ha parte in tutto questo. Non
sappiamo chi sia stato. - ammise O’Tool.
McKindry gemette interiormente. Non c’era un
traditore...
Gli occhi socchiusi vagarono sul piano della
scrivania, dalle carte agli strumenti di navigazione,
ai gingilli depredati verso cui aveva finito per
provare una sorta di scaramantico attaccamento. Fino a
quando, per caso, un debole luccichio non risvegliò
il suo interesse. Si sollevò boccheggiando, allungò
la mano e strinse tra le dita il freddo oggetto di
metallo: un acciarino con una pietra rossa
incastonata.
Lo fissò per un istante che parve un secolo, poi lo
riconobbe.
E lo riconobbero anche loro.
Glasgow spalancò gli occhi, incredulo. - Shephard!?-
La mano insanguinata vibrò violentemente, stringendo
quell'oggetto come avrebbe stretto il pugnale
destinato alle carni di quel cane…
Dalla sua bocca digrignata si levò un grido muto,
pregno di odio, di collera e di desiderio di vendetta.
Tossì convulsamente, Gordon gli porse velocemente la
bottiglia, ma egli la rifiutò.
- Lo troveremo, capitano. - promise O’Tool. - Lo
troveremo quel dannato scribacchino e lo squarteremo
vivo. -
L'acciarino ricadde sul piano del tavolo e la collera
si tramutò in disperazione. McKindry scosse
debolmente la testa, consapevole del proprio
fallimento.
La sua dannazione sarebbe stata dunque quella, si
chiese amareggiato, morire sapendola in pericolo,
lasciarla allo scoperto come una preda troppo facile,
senza poter far nulla.
Si riscosse... doveva finire quella lettera.
Certo. Lui non poteva fare altro, ma poteva delegare a
un altro quel compito.
Sì, questo poteva farlo:
vergare quel nome a lettere di fuoco e insieme
ad esso vergarne un altro, quello del demonio
destinato a prenderlo.
Una smorfia derisoria gli stirò le labbra secche e
screpolate.
Se lui stava andando all’inferno, ciò che aspettava
Conrad Shephard, là dove era diretto, non sarebbe
stato meno.
Chiuse la lettera, con improvvisa frenesia tracciò
l'indirizzo stampato nella sua memoria da venti
anni... quindi, con l'ultimo alito di vita, la porse a
Glasgow. - Che arrivi. - impose.
Si adagiò contro lo schienale, esausto. -
Adesso...dottore... - disse -...vorrei bere...-
Gordon porse la bottiglia a un uomo morto. 
Cuore
Pirata
proprietà letteraria riservata
© 2004-2010 Kathleen McGregor |