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l'idea

L'idea per questo romanzo scaturì durante una ricerca storica, quando mi capitò di imbattermi nella spedizione di Gonzalo Pizarro (fratello del più famoso Francisco) del 1541, partita da Quito alla ricerca del leggendario El Dorado. 
Avevo lasciato Walter in Inghilterra, dove si era ritirato dopo aver appreso della morte del padre ed essere diventato duca, e lo immaginavo pervaso dal rimpianto e dall'insofferenza, incapace di adattarsi davvero alla vita cittadina dopo anni passati sul mare in scorrerie ed arrembaggi. Quindi pensai:  quale migliore avventura per un ex filibustiere di una caccia ad un tesoro perduto? La mia mente iniziò a viaggiare:  storiche spedizioni nella giungla, galeoni perduti, pirati, mappe misteriose... Quale tesoro poteva adattarsi di più dell'El Dorado che in tanti avevano inutilmente cercato? Non mi restava che mettere la mappa nelle mani della donna della sua vita.

 

il romanzo

CUORE PIRATA, edizioni Mondolibri 2004

Pirati, malviventi, cacciatori di tesori, un ex-filibustiere e una ragazza alla ricerca della propria identità, ruotano attorno al mistero della Città Perduta di Manoa, l'Eldorado che tanto è stato cercato e vagheggiato. Alla morte di suo padre, Glen scopre delle lettere e una mappa senza nomi, ma ci sono altri che vogliono quella mappa, e soprattutto vogliono le indicazioni nascoste per completarla.
Walter Avery, ora duca di Averstone, accetta di proteggere Glen e di scoprire cosa si celi dietro quella mappa; le ragioni sono tante, la noia della vita cittadina, il rimpianto per la vita di corsa, il sapore dell'avventura, la prospettiva di trovare un tesoro… ma soprattutto, l'amore che prova fin dal primo istante per quella ragazza alta, apparentemente docile eppure intimamente ribelle, che lo respinge con tutta la forza della propria vulnerabilità.

 

estratto

Giamaica  -  5 dicembre 1671

L’aria della notte era fredda e sapeva di pioggia.
Un vento pungente si era alzato da ovest e investiva la costa con determinata insistenza, portandosi dietro un fardello di nubi nere come l’ebano. Il sordo mugghiare del mare erompeva tonante nell’aria. Marosi gonfi di tempesta si impennavano con controllata violenza, levandosi verso il cielo come mani dalle dita traslucide e si abbattevano con forza crescente contro il molo, frangendosi sulle carene annerite delle navi commerciali.
In un’ansa riparata della costa, l’ombra solitaria di un vascello corsaro si stagliava
  immobile sul mare tormentato.
Un’ombra nera in una notte ancora più nera.
Solo a tratti, una pallida falce di luna emergeva dai cumuli carichi di pioggia e gettava sotto di sé eteree pennellate opalescenti.
Era in una notte come quella, infine, che il diavolo era venuto a prenderlo.
Una notte in cui gli elementi avrebbero mosso battaglia per l’ennesima volta e dove uomini come lui avrebbero trovato la gloria di un bottino, o la dannazione eterna.
Una notte che stranamente rinvangava il ricordo sopito di altre lontane, fredde e impenetrabili, vissute sulle cime scoscese delle Highlands, pervase dal triste ululato del vento e dal lamento di spettri senza pace.
Nel cupo silenzio del porto, l’eco di una canzone sguaiata s’alzava beffarda come la risata del diavolo e cavalcava il vento fino al largo, divenendo lugubre come il grido dei dannati… un grido che Alec Guilford McKindry aveva avuto la presunzione di aver udito e sfidato molte volte, ma che ora gli apparve indicibilmente reale, come il dolore che lo devastava, e incalzante, come l’uragano che stava per travolgerli.
Sospirò, tossendo per lo sforzo.
Per un istante la scialuppa rimase in balia delle onde, i remi fermi, immersi
   nell’acqua nera.
Piegato su se stesso, McKindry si guardò ansimando il ventre inondato di sangue, una macchia nera e fredda, che si spandeva e gli scivolava sulla pelle, sotto la camicia impregnata e i calzoni consumati.
Per svista o per negligenza, chiunque gli avesse mosso quell’agguato, non si era preoccupato di dargli il colpo di grazia… doveva essersi convinto di averlo colpito a morte e di certo era stato più ansioso di dileguarsi che di assicurarsi di aver fatto un buon lavoro.
E tuttavia nessuno poteva negare che lo fosse.
Stava per morire.
Lo sapeva dal momento in cui aveva sentito la lama entrargli dentro.
In trent’anni di corsa erano stati molti coloro che, per fortuna o abilità, gli avevano infilato in corpo un proiettile o il filo di una spada, tutti uomini che aveva fronteggiato su ponti di galeoni arrembati, o nei villaggi, durante le razzie. Uomini di cui non ricordava né i nomi né i volti: brevi figure di passaggio, la cui esistenza era tradita soltanto da una cicatrice.
Ma questa volta era diverso. Nessuna cucitura avrebbe chiuso quella sciabolata e solo la morte avrebbe arrestato il sangue.
Lo sapeva, come sapeva che appresso il giorno veniva la notte.
La collera rovente che lo aveva trascinato fino a quel punto sembrò d’un tratto troppo fiacca. Gli aveva stillato forza e volontà, una misera speranza mescolata al desiderio di vendetta…. Tutte cose che adesso sentiva venir meno, schiacciate dal peso di una inequivocabile consapevolezza, e sopraffatte da quella sensazione che paradossalmente più temeva e rifuggiva: la paura.
Si riscosse debolmente, sollevando uno sguardo vacuo nel buio che lo circondava.
La paura era subdola come una serpe, pensò con rancore. Scivolava attraverso le difese di un uomo col suo stesso respiro, si insinuava sotto la sua pelle, attaccandolo sistematicamente dall’interno, in silenzio, senza tradirsi se non quando ne era devastato suo malgrado, quando le sue dita avevano imprigionato il suo cuore e paralizzato la sua mente, rendendolo inerme come un vigliacco.
Sputò una bestemmia a mezza voce.
Strinse i remi nelle mani e si stupì, provando lo struggente desiderio di poter fare lo stesso con la vita…
Lentamente, faticosamente, riprese a remare, la mente di colpo piena di ricordi.
Il vuoto sterile che lo aveva inondato fu sostituito da un turbinio di emozioni, immagini, suoni. E più il cuore si faceva debole, più chiare si facevano le visioni, facce dimenticate insieme a sentimenti sepolti nel fondo di un’urna che stava per essere vuotata… una vita intera bevuta in pochi interminabili istanti.
Ed era impressionante, l’intensità del piacere, o del dolore, che provava nel riviverli.
Si diede un’occhiata alle spalle, cercando con lo sguardo la sua nave e tremando di debolezza nello sforzo di raggiungerla… La Glen Affric era là, e McKindry la guardò come solo un uomo morente poteva guardare il suo rifugio.
Un’oasi che restava infinitamente lontana, per quanto gli sembrasse di vogare da ore. Vacillò, devastato dal dolore. Sentì le dita aprirsi, i remi scivolare nell’acqua, senza che potesse fare nulla per impedirlo.
Si accasciò sul fondo, desiderando d’un tratto di dormire. Si sentiva stanco… il peso delle gambe intorpidite gli era insopportabile… il peso dell’attesa, gli era insopportabile. Chiuse gli occhi, ascoltando il gorgogliare del mare, sotto di lui.
Una calma innaturale lo invase.
Aspettava di sapere quale fosse il sapore dell’ultimo respiro, la paura aveva lasciato il posto ad una sorta di pacata rassegnazione. E tuttavia, ebbe un ultimo moto di ribellione, allorché i suoi pensieri evocarono ciò che di lui restava in questa vita: l'inconsapevole erede del suo sangue, del suo nome e della sua fortuna.
 

- Cani maledetti - il ruggito imbestialito di O’Tool sovrastò per un istante il fragore crescente della burrasca. - Rispondete, che il diavolo vi porti! Chi ha preso la scialuppa? -
Sul ponte spazzato dal vento gli uomini si lanciarono l’un l’altro fredde occhiate indagatorie, opponendo un silenzio carico di nervosismo.
Qualcuno si era dato da fare a lasciare la nave in fretta e furia... la fune che tratteneva la piccola imbarcazione era stata recisa con un coltello, ma nessuno aveva visto o udito nulla.
- Dov’è quella maledetta vedetta? - urlò fuori di sé.
Il mozzo Curt si strinse nella coperta umida, raggomitolandosi a ridosso dell’albero di gabbia.
- La visuale dalla coffa è coperta dalla fiancata della nave - commentò seccamente il nostromo Glasgow avvicinandosi.
O’Tool lo agguantò per il bavero della giacca, lo scosse ringhiando come un lupo. - Eravate voi di turno Glasgow -
- Sul ponte ci siete stato anche voi - ribatté con lo stesso tono, liberandosi con uno strattone. - Siamo senza luna e coi fanali spenti. E’ già tanto se ci riconosciamo guardandoci in faccia l’un l’altro. Chiunque sia stato, sapeva esattamente come muoversi... -
- Certo che lo sapeva, maledetto. Era uno di noi! -
Si fissarono con ostilità per un lungo momento.
L’oscurità pressoché assoluta impediva di guardarsi chiaramente negli occhi, ma nessuno dei due aveva bisogno di vederci, per sentirsi addosso lo sguardo truce dell’altro.
Kevin O’Tool era grande e massiccio, aveva la testa rasata e la barba incolta gli incorniciava a faccia cotta dal sole, segnata di rughe e cicatrici.
Era stato assoldato da McKindry meno di sei mesi prima, dopo che Henry Morgan lo aveva abbandonato insieme ad un altro migliaio di filibustieri, capitani e non, sulle coste di Panama, per fuggire precipitosamente a Port Royal con un bottino che rasentava il mezzo milione di sterline.
Johnathan Glasgow al contrario era
  snello e agile, una folta capigliatura striata di grigio gli scendeva fino alle spalle e due baffi appuntiti marcavano l’espressione severa. Ex ufficiale della marina inglese, era stato un convinto sostenitore della politica condotta da Thomas Modysford. Aveva smesso di servire la bandiera britannica a beneficio di quella nera quando questi era stato destituito e rimpiazzato dal pacifista Thomas Lyngh, dopo la clamorosa presa di Panama ad opera di Morgan.
Sulla Glen Affric, l’autorità di O’Tool eguagliava quella di Glasgow in assenza del capitano, ed era stato lo stesso McKindry a decidere che fosse così.
Metterli sullo stesso piano aveva significato metterli in competizione, ma anche averne un controllo maggiore, contrapponendo alla natura irruente e violenta del primo, il solido autocontrollo e sangue freddo dell’altro.
E anche se ciò non poteva impedire che venissero a crearsi situazioni di aperto disaccordo, serviva comunque da buon deterrente ad ogni forma di sodalizio perpetrato ai suoi danni.
Paradossalmente, due uomini assetati di potere messi uno di fronte all’altro, erano la migliore assicurazione per conservare il proprio, e McKindry era stato ben consapevole di essere ormai troppo vecchio, per difenderlo da solo.
Un lampo si accese in lontananza. Una chiara e gelida luce azzurra illuminò a giorno il profilo burrascoso del mare. La Glen Affric emerse dalla notte come uno spettro, stagliata su un lago d’argento contro un groviglio di nubi pesanti come sassi. Per un impercettibile istante Glasgow ebbe una nitida visione del pugno di uomini riuniti attorno a loro e delle loro espressioni indecifrabili.
Si chiese mentalmente chi, e per quale ragione, avesse sottratto l’ultima scialuppa e fosse scomparso senza che nessuno se ne accorgesse.
- Voglio tutti gli uomini sul ponte - grugnì di colpo O’Tool rivolgendosi a nessuno in particolare. - Vedremo bene chi manca all’appello - sibilò minaccioso.
Il clangore di un tuono esplose sopra le loro teste, coprendo le sue ultime parole, e, come se si fosse aperto l’antro nero del cielo, una pioggia finissima prese a cadere di taglio fendendo l’aria satura di salsedine.
- Non è importante il chi, quanto il perché - lo contraddì Glasgow con voce dura. - Chiunque abbia preso quella lancia doveva avere un valido motivo per sfidare gli ordini, e mi gioco quello che volete che non si trattava di una bevuta né di una scopata. -
Si guardò attorno, controllando le postazioni sul ponte e sulla battagliola di poppa con l’aiuto intermittente dei lampi e del loro candido riflesso sul velo di bagnato che in breve aveva ricoperto tutte le strutture della nave.
- Radunate la ciurma, Colwin - ordinò O’Tool. - Cosa state cercando? - chiese rivolgendosi a Glasgow.
- Il posto migliore da dove uscire senza essere scorto dalla ronda. -
 
Sulla coffa il giovane Curt si passò una mano sulla faccia bagnata e si calcò il cappello sulla fronte.  Acuì lo sguardo oltre la cortina traslucida che lo circondava, sforzandosi di tener sotto controllo la baia.
Le voci dal ponte provenivano confuse, coperte dallo scrosciare della pioggia, e sebbene si sentisse relativamente rassicurato, grazie alla difesa di Glasgow, era oltremodo consapevole che non gli sarebbe stato perdonato un secondo errore.
Il mare stava diventando grosso, il fragore dei marosi si alzava nell’aria come il ruggito di un leone, mentre acqua dolce e salata si mischiavano sulla superficie in un frenetico e tumultuoso ribollire.
La nave prese a rollare e a beccheggiare con placida lentezza, trattenuta dai cavi dell’ancora.
Uno dopo l’altro i 65 uomini dell’equipaggio presenti sulla nave lasciarono le loro postazioni e le loro cuccette e raggiunsero il ponte, stringendosi nelle coperte e calcandosi i cappelli sulla testa, il malcontento dipinto sui volti sporchi e il sospetto a renderli nervosi.
- Ognuno controlli il proprio camerata - ordinò O’Tool.
- E’ il dannato alloggio del capitano -
  sbottò seccamente Glasgow muovendo impulsivamente verso il cassero.
L’altro lo bloccò afferrandolo per una spalla. - Che diavolo dite? - sibilò allarmato.
- E’ abbastanza in ombra da non essere notato dalla coffa, e nascosto alla guardia sul cassero. Il nostro uomo è uscito da lì - affermò il nostromo con enfasi.
O’Tool volse un’occhiata incredula alla porta chiusa dell’alloggio di McKindry.
Un lampo scaturì dal cielo, trasformando per un istante la pioggia in una cascata di luce iridescente.
- Signore! - esclamò il marinaio Peet facendosi avanti. - Manca Robbie Wilson, signore. - Un coro di conferma si levò attorno a lui.
- Che incarico ricopriva? - chiese immediatamente Glasgow, socchiudendo pericolosamente gli occhi.
- Era di ronda, signore. -
Dalla coffa giunse attutito il grido della vedetta.
Glasgow sollevò lo sguardo, facendosi schermo con le mani, e intravide il giovane Curt sporto oltre la coffa indicare verso est, mentre le sue parole urlate nella pioggia si persero prima di arrivare alle sue orecchie.
- Dannato uragano di merda - imprecò O’Tool in sordina.
Rigido come l’albero al quale era attaccato, Curt fissava incredulo la massa scura che mulinava tra le onde priva di controllo. Si portò una mano alla bocca e urlò di nuovo a pieni polmoni in direzione del ponte.
- Sciaaaluppaa in maaree !!! -
- Cosa diavolo sta dicendo quel debosciato? -
  ringhiò esasperato O’Tool voltandosi a scrutare verso il mare.
Glasgow lo imitò. - Deve aver visto qualcosa. Colwin, - fece al capo cannoniere - fai salire qualcuno su quelle sartie, voglio sapere cosa c’è laggiù -
  poi si volse verso il marinaio Peet. - Scova Robbie - ordinò. - Gli altri ci sono tutti? -
Colwin annuì, la fronte aggrottata. - Tutti meno i cinque che hanno scortato a terra il capitano -
Dalle sartie il marinaio puntò un dito verso l’orizzonte. - C’è una barca, signore! - gridò al loro indirizzo.
Gli uomini radunati sul ponte si fecero attorno agli ufficiali.
 
- Là! - gridò uno di loro, nell’istante in cui i bagliori di un lampo accesero un velo di luce sulla baia.
O’Tool si sfilò il cannocchiale dalla cinta e lo aprì di scatto.
- E’ la nostra? - gli chiese Glasgow.
- Se anche fosse, ci è impossibile recuperarla con questo tempo di inferno.- ribatté.
- Quando doveva rientrare a bordo McKindry? - s’informò Glasgow all’improvviso.
L’altro si strinse nelle spalle, oscurandosi. - Stanotte, credo. -
- Chi è il miglior nuotatore. - chiese Glasgow fissando il capo cannoniere.
Colwin strinse le mascelle. - Non ne ho idea. -
- Il migliore era Robbie, signore. - disse uno.
- Nientemeno - commentò acido.
  - Allora cambiamo domanda: chi sa tenersi a galla? -
Il marinaio Brighton fece un passo, con riluttanza. - Io so nuotare abbastanza bene. -
- Cosa diavolo volete fare? - intervenne O’Tool.
Glasgow afferrò una cima e iniziò a svolgerla nelle mani. - Recuperare quella scialuppa - fece un cenno a Brighton e gli legò la corda sotto le ascelle.
- L’ultima posizione era circa a un quarto a dritta di prua, ma la corrente la sta trascinando al largo - scosse la testa. - Non riuscirà mai a raggiungerla dentro quel mare. -
Glasgow ignorò il commento. - Al prossimo lampo di luce devi localizzarla visivamente, poi dovrai nuotare fino a incrociarla - istruì l’uomo. - Una volta che sarai a bordo fissa il cavo alla barca, quando sarai pronto soffia qui dentro - si tolse il fischietto dal collo e lo mise al suo. - Sarà il segnale per noi per trainarti fino alla nave -
Nel più rigido silenzio, l’intera ciurma schierata sul ponte invaso dalle intemperie attese il rischiararsi del cielo. Brighton al parapetto, con Glasgow e O’Tool al fianco, fissava teso il buio che li attorniava.
Fu un attimo breve e intenso.
Glasgow sobbalzò. - E’ là! -
  esclamò. - Dritta davanti a noi, l’hai vista? -
Il marinaio annuì. Poi scavalcò il parapetto, inspirò e si tuffò fuoribordo.
L’acqua era gelida e l’impatto gli mozzò il respiro.
Quando emerse, impiegò un istante ad orientarsi, strizzando gli occhi attorno a sé. Al livello del mare, una impercettibile luminescenza delineava la superficie frustata dalla pioggia, sondandola con lo sguardo iniziò a nuotare augurandosi di farlo nella direzione giusta.
Ad ogni bracciata aveva l’impressione che la marea lo respingesse, rendendo vano ogni suo sforzo, e gli parve di nuotare da ore senza speranza, quando la vide, di poco alla sua sinistra, che beccheggiava selvaggiamente tra le onde.
Vederla e raggiungerla si dimostrarono tuttavia due cose ben diverse, e fu con un ansimo di infinito sollievo, quando, finalmente, poté toccarla e aggrapparvisi.
Senza fiato, rimase appeso al bordo sdrucciolevole della piccola imbarcazione per un lungo momento, cercando di radunare le forze per issarvisi. Con l’ultima oncia di energia che restava nei suoi  muscoli irrigiditi, si diede la spinta, facendo leva sulle braccia, e si arrampicò oltre il bordo.
Con un gemito di sollievo si lasciò scivolare all’interno e per un istante chiuse gli occhi, ascoltando solo il proprio respiro arrochito dal sale e il pulsare del sangue nelle vene.
 

- Cosa diavolo sta succedendo? - borbottò O’Tool impaziente. - Perché non ci dà quel maledetto segnale? -
- Lo tiriamo su? - chiese Colwin pronto a dare il via agli uomini.
- Ancora no. - fece Glasgow senza distogliere lo sguardo dal mare.
La fune si era srotolata con una certa regolarità per alcuni minuti, poi si era arrestata, rivelando solo il movimento turbolento del mare. E da quel momento, i sensi di tutti erano tesi al fine di percepire il suono inconfondibile del fischietto del nostromo.
- Chi pensate di trovarvi, Johnathan? - chiese O’Tool a bassa voce.
Glasgow scrollò le spalle. - Non ne ho la più pallida idea. - gli rivolse uno sguardo in tralice. - Forse il marinaio Wilson, visto che non è stato trovato a bordo. -
O’Tool parve riflettere. - Beh, darebbe adito alla vostra teoria... visto che era assegnato di guardia all’alloggio del capitano.-
Glasgow si irrigidì, voltandosi a guardarlo di scatto.
Poi, lieve come il vento e musicale come il canto delle sirene, il lungo fievole fischio si alzò nell’aria, raggiungendoli soffuso come se provenisse dall’oltretomba.
- Il segnale! - sbottò O’Tool. - Forza voialtri, issate quella fune. -
A veloci bracciate la corda venne issata a bordo, finendo sul ponte in cerchi scomposti. - Veloci, veloci! - gridava Colwin agli uomini zuppi fino al midollo.
- La vedete? - gridò Glasgow sporgendosi.
La scialuppa restava invisibile agli occhi, pur dovendo trovarsi a poca distanza da loro, e Glasgow maledì l’assenza inopportuna dei lampi.
Solo quando iniziarono a udire la voce del marinaio Brighton levarsi nel buio furono in grado di percepirne la posizione e di intravederne l’ombra.
- Presto signore! - gridava Brighton agitando le braccia.
  - E’ il capitano! E’ il capitano! -
Velocemente la scialuppa raggiunse la linea di galleggiamento della Glen Affric, sbattendo contro la carena. - Il capitano, signore! E’ferito. - ansò Brighton da sotto.
- Portate una lanterna. - urlò O’Tool
- Per tutti i diavoli cosa stai dicendo marinaio? - esclamò Glasgow facendo scendere la scaletta di corda.
- Il capitano McKindry, signore, è lui, è ferito. -
Glasgow fece per scendere, ma O’Tool lo bloccò. - Chiamate il dottore. Vado a prenderlo io. Allora questa lanterna, che Dio vi strafulmini!! - inveì contro gli uomini.
In pochi istanti la luce fioca, giallastra di una lanterna a olio protetta da un cappello si accese sopra la scialuppa, rischiarando a fatica il corpo abbandonato sul fondo.
O’Tool si chinò sul capitano e gli tastò la gola. - Vivo. - grugnì. - Ma temo non per molto. Aiutami. - intimò al marinaio.
Se lo caricò sulle spalle e iniziò a salire.
Raggiunse il parapetto nell’istante in cui Glasgow e il dottor Gordon uscivano entrambi dal boccaporto. Una dozzina di mani giunsero in aiuto, issandoli entrambi e sollevando il capitano fino al ponte.
Gordon si chinò precipitosamente su McKindry, la faccia scura. La luce tremolante della lampada ne illuminava i tratti del volto bianco come un cencio, e il rosso vermiglio del sangue che impregnava gli abiti.
- Presto. Trasportatelo nel suo alloggio... -
Lo sollevarono di scatto e McKindry gemette raucamente.
- Piano. - intimò il dottore. - Fate piano. -
Glasgow spalancò la porta della grande stanza sotto il cassero, si diresse alle lampade e le accese tutte, facendo più luce possibile. Poi si volse, mentre McKindry vi veniva trasportato, e all’improvviso sentì tutti i propri nervi tendersi e divenire duri come acciaio.
Gordon precedeva il ferito, la sua preoccupazione era evidente, ma non evitò di darsi una rapida occhiata in giro e di rivolgere a Glasgow uno sguardo bieco.
- Adesso fuori tutti. - ordinò quando ebbero adagiato McKindry sul letto.
O’Tool entrò in quel mentre e si fermò sulla porta, chiudendosela alle spalle dopo che l’ultimo marinaio ne fu uscito.
Nel cupo silenzio, la sua voce suonò dura e minacciosa. - Cosa diavolo è successo qui dentro? -
Glasgow digrignò i denti. - Dopotutto, la mia teoria si è rivelata estremamente esatta.- commentò seccamente dandosi una lunga occhiata intorno.
La cabina era stata devastata, la libreria svuotata, i libri e gli almanacchi gettati in terra, i cassetti erano aperti, svuotati o rimestati, le carte sulla scrivania erano state visibilmente esaminate e gettate disordinatamente una sopra l’altra.
Neppure il baule degli indumenti di McKindry era stato risparmiato, né le poltrone, aperte con un pugnale e svuotate della paglia.
O’Tool era senza parole, ma i suoi occhi sfavillavano d’ira.
- Per l’inferno. - sbottò piano - Cosa diamine stava cercando? -
- La parola è estremamente azzeccata. - ribatté Glasgow a denti stretti.
  - Cercando. -
Fece qualche passo nella stanza. Si accosciò accigliandosi e tastò con l’indice una piccola perla di liquido rosso. Ne vide altre. Si alzò, seguendole con lo sguardo fino al paravento di mogano rosso, di cui McKindry andava oltremodo orgoglioso, vantandosi di averlo sottratto direttamente dalla stanza della moglie del governatore di Hispaniola.
In poche falcate lo raggiunse e lo rovesciò.
Gordon e O’Tool sussultarono.
- Ed ecco Robbie. - mormorò Glasgow, i cupi occhi chiari sul corpo senza vita del marinaio. - I conti non tornano. - aggiunse truce.
- Passatemi una bottiglia di whisky. - li interruppe il dottore, riponendo i ferri nella borsa.
 
- Come sta? - chiese Glasgow porgendogliela.
Gordon alzò le spalle. - Sta morendo. -
  disse semplicemente. Gli sollevò il capo e gli appoggiò la canna alle labbra.
McKindry bevve a fatica ma avidamente. Tossì dolorosamente, poi socchiuse gli occhi opachi. Parve guardarli senza vederli, tre facce scontente e contratte.
Dunque era arrivato a bordo... si disse. Alla fine ce l’aveva fatta, era venuto a morire sulla sua nave. In fondo, era quello che aveva sempre voluto, anche se non per mano di un vigliacco.
Aveva sognato la sua dipartita nel bel mezzo di una battaglia, una battaglia di quelle coi fiocchi e portandosi dietro un discreto numero di avversari. Invece era morto per una stupida imboscata dietro un lezzoso locale
  del porto.
Si guardò intorno, riconoscendo la propria cabina.... si accigliò, si sollevò rantolando.
O’Tool e Glasgow si guardarono a vicenda. Il vecchio corpo dissanguato tremò di
  collera e furia scatenata, e McKindry lanciò uno rauco ruggito.
- Calmatevi capitano. - lo blandì il dottore.
McKindry lo spinse via con una forza sorprendente, ansando inferocito si tirò a sedere. - Cani rabbiosi.... chi ha osato? Chi??? -
Con una volontà ferrea e una resistenza dettata solo dall’ira, McKindry si alzò in piedi, barcollante come un ubriaco, gli occhi fuori delle orbite. Respinse l’aiuto di O’Tool e con una manata fece scostare Glasgow.
Cadde contro la parete, incespicando rumorosamente nel legno che gli sostituiva la gamba destra dal ginocchio. Si trascinò fino ad una delle poltrone guardandosi intorno oltraggiato, ansando per la violenza delle emozioni.
Pur nel doloroso torpore in cui si dibatteva, McKindry ebbe la sola lampante spiegazione possibile e alla rabbia sentì sostituirsi una paura mai conosciuta, mai provata. Con una spinta si staccò dalla poltrona, piombando a faccia in giù sul piano della scrivania, spazzando manciate di carte. Glasgow scattò in avanti per sorreggerlo, ma ebbe il tempo di fare ben poco, prima di venire di nuovo brutalmente respinto. - Lasciatemi. - intimò con una voce irriconoscibile.
Raggiunse arrancando la cassettiera di legno di cedro, sfilò i cassetti aperti uno
  dietro l’altro, cercando convulsamente con lo sguardo appannato, tastando con le mani tremanti sul fondo nudo del mobile. Quando trovò l’anello, aprì un tiretto e vi inserì le dita.
Era vuoto. Aveva saputo subito, che sarebbe stato vuoto, tuttavia il constatarlo lo sconvolse. Con un gemito rauco crollò a terra. Glasgow e O’Tool si chinarono prontamente e lo sollevarono.
 
- Cosa è stato preso, capitano? - chiese Glasgow, la voce piatta.
McKindry non rispose, in verità non udì niente per un lungo momento, il suo cuore si era fermato, e poi cocciutamente aveva ripreso a battere debolmente, pompando le ultime gocce di sangue nel suo corpo arido.
- Capitano! -
McKindry prese respiro. - Là... - sibilò - portatemi là...-
Lo sedettero alla scrivania, sconcertati e nello stesso tempo preoccupati.
               
Nell'improvviso silenzio, egli udì il sibilo sommesso del proprio respiro e insieme ad esso una muta, patetica, inutile preghiera per un istante di vita, per un briciolo di tempo ancora da spendere con la mente lucida… e per un'idea. Una maledetta, immediata, urgente, vitale idea di cosa fare.
- ...foglio... penna... - ordinò raucamente, poi fece loro cenno di scostarsi.
Attese un lungo momento, nel tentativo di contrastare il vuoto che sentiva crescere nella sua testa. Era stanco, desiderava più di ogni altra cosa appoggiare la testa sul tavolo e sprofondare nel sonno senza tempo, dimenticare e andarsene.
Desiderava morire, perché vivere ad un tratto era divenuto troppo doloroso, troppo faticoso.
Strinse la penna d’oca tra le dita, tremando come se stringesse nella mano il peso del mondo intero. La intinse nell’inchiostro e iniziò a vergare le parole sulla carta, poche e confuse, dal tratto incerto e sofferto.
Chi era stato? Quella domanda lo atterriva. Chi voleva la sua fortuna?  Chi aveva scoperto il suo segreto?
Chiuse gli occhi, inumiditi dallo sforzo... ormai non vedeva che ombre, la lettera non sembrava che una macchia informe.
Contro chi, doveva metterla in guardia?
Chinò la testa sul braccio. Non riusciva a pensare più a niente... si sentiva trascinare in un vortice senza ritorno, e avrebbe tanto voluto lasciarsi andare.
- Capitano... - mormorò Gordon, aspettandosi di vederlo esalare l’ultimo respiro.
- ... datemi un nome... - ansimò McKindry. - ... un nome, che siate dannati... -
- L’equipaggio non ha parte in tutto questo. Non sappiamo chi sia stato. - ammise O’Tool.
McKindry gemette interiormente. Non c’era un traditore...
Gli occhi socchiusi vagarono sul piano della scrivania, dalle carte agli strumenti di navigazione, ai gingilli depredati verso cui aveva finito per provare una sorta di scaramantico attaccamento. Fino a quando, per caso, un debole luccichio non risvegliò il suo interesse. Si sollevò boccheggiando, allungò la mano e strinse tra le dita il freddo oggetto di metallo: un acciarino con una pietra rossa incastonata.
Lo fissò per un istante che parve un secolo, poi lo riconobbe.
E lo riconobbero anche loro.
Glasgow spalancò gli occhi, incredulo. - Shephard!?-
La mano insanguinata vibrò violentemente, stringendo quell'oggetto come avrebbe stretto il pugnale destinato alle carni di quel cane…
Dalla sua bocca digrignata si levò un grido muto, pregno di odio, di collera e di desiderio di vendetta. Tossì convulsamente, Gordon gli porse velocemente la bottiglia, ma egli la rifiutò.
- Lo troveremo, capitano. - promise O’Tool. - Lo troveremo quel dannato scribacchino e lo squarteremo vivo. -
L'acciarino ricadde sul piano del tavolo e la collera si tramutò in disperazione. McKindry scosse debolmente la testa, consapevole del proprio fallimento.
La sua dannazione sarebbe stata dunque quella, si chiese amareggiato, morire sapendola in pericolo, lasciarla allo scoperto come una preda troppo facile, senza poter far nulla.
Si riscosse... doveva finire quella lettera.
Certo. Lui non poteva fare altro, ma poteva delegare a un altro quel compito.
Sì, questo poteva farlo:
 
vergare quel nome a lettere di fuoco e insieme ad esso vergarne un altro, quello del demonio destinato a prenderlo.
Una smorfia derisoria gli stirò le labbra secche e screpolate.
Se lui stava andando all’inferno, ciò che aspettava Conrad Shephard, là dove era diretto, non sarebbe stato meno.
Chiuse la lettera, con improvvisa frenesia tracciò l'indirizzo stampato nella sua memoria da venti anni... quindi, con l'ultimo alito di vita, la porse a Glasgow. - Che arrivi. - impose.
Si adagiò contro lo schienale, esausto. - Adesso...dottore... - disse -...vorrei bere...-
Gordon porse la bottiglia a un uomo morto.

Cuore Pirata
proprietà letteraria riservata
© 2004-2010 Kathleen McGregor

 

background storico

1672
Giamaica, Port Royal - governatore Thomas Lynch
In questi anni la filibusta e le lettere di corsa iniziano a scomparire, soppiantati dai pirati indipendenti, perseguiti dai governi; Henry Morgan e lo stesso governatore di Giamaica Modysford vengono arrestati e condotti nella torre di Londra, a causa delle continue rimostranze della Spagna dopo la presa di Panama dell'anno precedente.

La ricerca dell'El Dorado
cronologia sec. XVI
1541 - prima voce sull’Eldorado nelle cronache di Gonzalo Fernadez de Oviedo
1544 - il conquistador Gonzalo Jmenez de Quesada conquista Bogotà (Nuova Granada) (...)  continua a leggere  qui

 

finzione e realtà

Fin dalla scoperta dell’America, periodo che segnò l’inizio dell’età delle grandi esplorazioni attraverso gli oceani, uno dei maggiori problemi relativi alla navigazione fu trovare un modo per calcolare la longitudine.
Cosa che risultò difficile e inaffidabile fino a tutto il seicento e buona parte del settecento, al punto che nel 1714, il parlamento inglese emanò il cosiddetto Longitude Act, con il quale si stabiliva una ricompensa per la persona o le persone che avessero scoperto la longitudine.
Fu nel 1715 che un carpentiere autodidatta di nome John Harrison costruì il primo orologio, sul cui funzionamento lavorò negli anni seguenti al fine di creare uno strumento che permettesse il calcolo esatto della longitudine sul mare. Solo nel 1759 Harrison presentò il suo strumento definitivo, l’H4, che imbarcato sul Deptford, soddisfò pienamente le condizioni stabilite dal Longitude Act.
Nel 1671, il calcolo della longitudine era ancora molto approssimativo e si basava principalmente sulle osservazioni del moto lunare, per questo, mi sono presa qualche libertà a beneficio della narrazione: longitudine e latitudine sono nominate in termini puramente romanzeschi.

 

immagini

 

Port Royal prima del terremoto del 1692
Port Royal prima del terremoto del 1692

Port Royal before 1692
Mappa di Port Royal prima del 1692

Gonzalo Pizarro
Gonzalo Pizarro

Francisco de Orellana
Francisco de Orellana

Francisco de Orellana sul Rio delle Amazzoni
Orellana sul Rio delle Amazzoni

Manoa
Manoa

La leggenda dell'El Dorado
La leggenda dell' El Dorado

Galeone Spagnolo
Galeone Spagnolo

 

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