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l'idea

L'idea per questo romanzo nacque da un sogno. La scena era quella in cui Corinna, frustata e imprigionata in una cella da Don Corraya, chiede a Dorian di portarla via con sé. Allora naturalmente non sapevo si sarebbero chiamati Corinna e Dorian, ma quella scena mi piaceva, così la buttai giù, per non perdere le sensazioni che mi aveva dato, e provai a ramificarla e a costruirci intorno un filo narrativo.
Feci di lui un corsaro - dato che da sempre sono appassionata del loro mondo - e gli diedi una ragione per introdursi nelle galere del suo nemico - un fratello minore da salvare precedentemente catturato, per lei creai un antefatto che l'avrebbe portata ad essere imprigionata dal medesimo nemico... e tutto ebbe inizio :)
Le imprese di Henry Morgan hanno fatto la storia della Filibusta, e Dorian O'Rourke non poteva che essere un fiero alleato. A Portobello e a Maracaibo, lo misi al fianco del grande filibustiere, insieme a Corinna, perché fossero loro a fare un pizzico di storia... come artefici sottili delle più geniali vittorie mai scritte ad opera del feroce popolo di Giamaica e Tortuga.

 

il romanzo

CORINNA, edizioni Mondolibri 2001

XVII secolo. Nei burrascosi mari tropicali, pirati e corsari si contendono bottini e ostaggi in feroci assalti all'arma bianca a qualunque nave abbia la sventura di incrociare la loro rotta. Non fa eccezione il vascello su cui è imbarcata Corinna, che la rara bellezza rende una preda ambita. Ma, per quanto inesperta, la ragazza non è certo indifesa, e sfugge allo stupro con una coltellata ben assestata. Ripresa, frustata, umiliata, gettata in una squallida segreta, è ormai rassegnata a un destino crudele, quando un colpo di fortuna cambia il corso della sorte: durante un'incursione nelle prigioni, il famigerato corsaro Dorian O'Rourke la vede e la porta via con sé. Ed è qui che si vede di che tempra son fatte le rosse. Dapprima a fianco dell'affascinante corsaro di cui si innamora, poi al comando di un veliero tutto suo, Corinna si trasforma in una vera signora dei mari, in un capitano temuto e rispettato da ogni equipaggio, amico o nemico che sia. Tra violente tempeste, arrembaggi e mille traversie si snoda la storia d'amore e d'avventura di un'eroina fuori dagli schemi, una donna ardimentosa e risoluta, spregiudicata e sensuale, pronta a combattere fino all'ultima goccia di sangue per il gusto della libertà e per l'uomo a cui ha donato ogni battito del suo intrepido cuore.

 

estratto                                                                                                             

Oceano Atlantico  -  1662

 

Era la mattina del 19 novembre, il cielo era insolitamente limpido per quel periodo dell'anno, tanto che l'occhio poteva spaziare per miglia in qualsiasi direzione, fino all'orizzonte, senza che un'ombra di foschia ne impedisse la veduta. Il vento gelido gonfiava le vele spiegate come enormi palloni, facendole vibrare paurosamente ad ogni raffica, e le sei navi, come spinte dalla mano di Dio, scivolavano senza peso sull'acqua, in una incessante altalena tra onde voraci e mulinelli gorgoglianti.
L'odore della salsedine investiva l'aria umida, diventando sempre più pungente man mano che la flotta procedeva verso il largo, lasciandosi alle spalle la costa che scompariva progressivamente oltre la superficie argentea del mare.
In poco tempo lo sciabordare incessante e lamentoso delle navi sovrastò ogni altro rumore e il rollio aumentò.
Dorian Hugh O'Rourke, a bordo dell'ammiraglia Redfury of Northsea, una fregata di ottanta tonnellate armata di ventiquattro cannoni, scorreva pensieroso con lo sguardo da un vascello all'altro, soffermandosi sulle forme tozze, che li rendevano troppo lenti e difficili da manovrare, e divagando distrattamente sulle modifiche che si sarebbero rese necessarie una volta giunti a destinazione.
Involontariamente i ricordi riaffiorarono. Cullate nella sensazione di tranquillità che il mare aveva sempre saputo infondergli, immagini del passato si sovrapposero alla visione reale, in una dolorosa giostra di rimpianti.
L'immagine di Lord Harold, sul suo letto di morte, irruppe con prepotenza nella sua mente, balenandogli davanti agli occhi e riempiedogli gli orecchi di un silenzio opprimente. Non aveva mai amato suo padre.
Si appoggiò con lentezza al parapetto, lo sguardo fisso, l'espressione indecifrabile.
Ma lui, sì, lui doveva averlo amato. A modo suo.
Si era fermato a Londra solo il tempo necessario a espletare le formalità. Un funerale commovente, le condoglianze dei parenti, la lettura delle ultime volontà... Il suo nome era noto nella patria di suo padre, molti lo chiamavano eroe, c'era chi lo rispettava e chi lo temeva.... ma in quel contesto, impassibilmente appartato dal resto della famiglia sconvolta dal dolore, egli non era che il bastardo irlandese di sir Anthony Harold, il figlio dal cuore di ghiaccio.
Quando aveva appreso dei lasciti riservati a lui la sua sorpresa era stata autentica, e quel velo di indifferenza che inondava il suo sguardo era calato impercettibilmente...
L'aria fredda lo fece rabbrividire, scompigliandogli i lunghi capelli rossicci ed insinuandosi sotto la sottile stoffa della camicia.
Dal ponte della Forthsite, che navigava alla sua destra, Jonathan il matto gli fece un cenno con le mani, strappandogli un sorriso divertito, mentre alcune parole oscene si persero nel fragore del vento e delle onde.
Si rizzò in tutta la sua considerevole statura e una luce ambigua lampeggiò per un istante nei suoi occhi, neri come una notte senza luna, minacciosi come la tempesta. Con passo veloce e sicuro, indisturbato dall'oscillare costante della nave, attraversò il ponte, controllando a rapide occhiate il lavoro degli uomini, fissando egli stesso i nodi di un paio di funi, e si diresse al timone.
Un uomo dall'aspetto feroce e il torso orribilmente segnato da profonde cicatrici, lo accolse con una smorfia ostile.
- Stiamo entrando in zone calde Sharky, vira di un quarto a dritta e mantieni questa rotta... -
L'uomo sputò in terra ed eseguì la manovra. Il secondo, che seguiva le manovre dal cassero di poppa, lasciò la sua postazione e gli si affiancò.
- ...un uomo sulla coffa di mezzana, mollare la vela di mezzana! Issare il fiocco. - l'ordine risuonò levandosi dal ponte.
Ci fu movimento sulla coffa e sulle sartie, mentre le grandi vele venivano in poco tempo spiegate al vento.
Dorian alzò gli occhi oltre le vele di gabbia, soffermandosi sulla figura immobile della vedetta ingobbita sotto una coperta umida, percossa dal vento, intenta a controllare il tratto di mare che li circondava. Un pezzo scolorito di stoffa che sventolava selvaggiamente sulla cima dell'albero maestro attrasse la sua attenzione e provocò un leggero cipiglio.
- E fai tirare giù quella bandiera! - aggiunse cupamente rivolto al secondo.
- Giù la bandiera! - urlò questi, senza trattenere un sorriso divertito.
- Mi chiedevo quando l'avresti detto. - biascicò Sharky, nascondendo dietro l'espressione severa la propria soddisfazione.
Dorian finse di non udirlo. Con un'occhiataccia li lasciò entrambi allontanandosi a lunghe falcate, diretto sottocoperta.
Quando Henry il guercio dal castello di poppa della Prince of England, vide la bandiera inglese della Redfury scendere velocemente lungo l'albero e scomparire afflosciandosi tra le vele spiegate e le sartie di gabbia, la bocca gli si piegò in una smorfia di compiacimento.
- Si è deciso finalmente, che il diavolo lo porti! - brontolò con voce rauca, quindi, posato il suo unico occhio su un giovane mozzo, ordinò - Tu! Fai sparire quella bandiera da lassù! -
In breve, le altre navi seguirono l'esempio della Redfury e della Prince of England. Uno dopo l'altro, Walter Thomas Avery sulla Plymouth, Johnny McFee sulla Judith, sir Thomas Grant sulla Holden, e il matto sulla Forthsite, fecero ammainare le loro bandiere e, tra risate e battutacce, seguirono l'ammiraglia, che s'addentrava, veloce come uno squalo, nelle acque atlantiche al largo della Spagna.
Sceso sottocoperta, Dorian varcò la soglia del proprio alloggio, piuttosto spartano a dispetto delle lussuose cabine degli ufficiali delle fregate autentiche. La Redfury non ostentava intagli dorati né preziosi tendaggi, sebbene fosse stata per anni fonte di ricchezze inestimabili. Si presentava essenzialmente come una nave da guerra, dotata di un ponte dei cannoni coperto e di una santabarbara ben fornita posta sotto il livello dell'acqua.
La luce grigia del giorno entrava dalla piccola apertura del boccaporto, illuminando debolmente una testa rossa come il fuoco, china su un mucchio di carte nautiche. L'espressione corrucciata del suo volto si distese.
- Hai l'aria concentrata, Gavin. - constatò, mentre, avvicinandosi di qualche passo alla scrivania, si toglieva le pistole dalla cintura e le posava rumorosamente sulle carte, accanto agli strumenti di navigazione.
Due occhi limpidi, verdi come i mari verso cui erano diretti, si alzarono e sul viso giovane, cosparso di lentiggini, si dipinse un grande sorriso.
- Fratello! Non ti ho sentito entrare. -
- Non avresti sentito una cannonata. - puntualizzò togliendosi la camicia.
- Che stai leggendo? - chiese facendo cenno alla scrivania.
Il ragazzo riportò l'attenzione alle carte.
- Stavo cercando di capire come calcoli le rotte... -
Dorian gli si mise dietro e diede un'occhiata a ciò che egli stava scribacchiando su un pezzo di carta. Non fece alcun commento, prese invece la lampada e la accese, perché potesse vederci meglio.
- Hai freddo? - gli chiese, notando che si era avvolto in una coperta.
Un tremito involontario al livello delle spalle gli diede la risposta che non arrivava, con un sospiro attraversò la stanza e chiuse il boccaporto.
- In Irlanda non faceva freddo? - si sedette su una sedia e si tolse uno stivale dopo l'altro, scordandosi di aver mai formulato una domanda.
Si buttò sul letto, e chiuse gli occhi.
L'Irlanda... sul suo volto si dipinse una smorfia cinica, piena di ironia. La sua terra non era affatto cambiata, dal giorno in cui l'aveva lasciata. Né sua madre, seppur fossero passati più di vent'anni.
Aveva creduto di poter rimettere piede nel suo paese natio, protetto dal muro del tempo, che sembrava aver cancellato gli amari ricordi di quella breve fanciullezza... ma si era sbagliato. L'avversione ed il rancore erano riaffiorati, provocandogli un senso di soffocamento.
Tra i potenti membri della famiglia O'Dowd, della costa occidentale, egli era il figlio inglese, colui che aveva rinnegato le sue origini, spezzato ogni legame con la sua terra.
Ma più del disprezzo di quei parenti non suoi, a farlo pentire di quel ritorno avventato era stata la drammatica scena impastata di dolci parole e di lacrime facili che Lilith O'Rourke, lady O'Dowd, aveva fatto al suo arrivo inaspettato.
Non era rimasto che pochi giorni... non vi sarebbe tornato mai più.
Il suo carattere ombroso ed il suo spirito ribelle, pieno di cicatrici e di cinismo, non avrebbero sopportato una permanenza più lunga.
Aveva preso il mare a notte fonda, all'improvviso, senza salutare nessuno, e soprattutto senza vedere la madre: per lei, anche se non lo avesse mai ammesso, sarebbe stata una liberazione, come lo era già stato vent'anni addietro.
Era stata una spiacevole sorpresa, una volta dentro la marea, in rotta verso l'Atlantico, sorprendere il figlio di sua madre nascosto nella stiva. Sapeva cosa si sarebbe detto tra gli O'Dowd e tra gli O'Rourke. La storia si ripeteva, ma, questa volta, non era il figlio inglese a lasciare l'amata Irlanda!
All'improvviso Gavin si voltò verso di lui: - Dorian? -
- ...mm?... -
- Cos’è questa zona tratteggiata? Incrocia tutte le rotte in punti diversi dell'oceano, ma non ha verso ed a tratti è indefinita... -
Il silenzio dominò per un impercettibile istante.
Dorian non si mosse, ma un ghigno malizioso gli si dipinse sulla bocca.
- Quelle, fratello, sono le rotte delle navi spagnole... - non riuscì a trattenere un sorriso, poiché il respiro del giovane si era fermato, - ... e sono le nostre rotte ad incrociarle. - concluse.

Appoggiato al parapetto sul ponte di comando della Plymouth, Walter Avery, cannocchiale alla mano, studiava l'orizzonte alla loro sinistra. Il vento soffiava con violenza, e ad ogni raffica nuvole di goccioline gelide e salmastre lo investivano schiaffeggiandolo.
- Siamo troppo veloci! - sbottò una voce adirata alle sue spalle - la vela di trinchetto è sotto sforzo, non regge a questa andatura. Se continuiamo così la perderemo. -
- Abbi fiducia Paul. - lo ammonì, e tuttavia non potè evitare di lanciare un’occhiata preoccupata all'albero di prua. Alzò lo sguardo alla vedetta e attirò la sua attenzione con un fischio; dall'alto un ragazzo si sporse, facendogli un cenno negativo con la mano.
Si passò una mano nei capelli bagnati, distrattamente, quindi richiudendo il cannocchiale che stringeva ancora tra le mani, si accinse a scendere sottocoperta.
La flotta mantenne l'andatura imposta dalla nave ammiraglia per tutta la giornata, solo verso il tramonto Dorian fece serrare trinchettino, velaccio, fiocco e controfiocco, il veliero diminuì sensibilmente la velocità, ed egli finse di non accorgersi dei sospiri di sollievo che s'alzavano tra l'equipaggio.
Durante la notte il vento calò, e il beccheggiare degli scafi sull'acqua s'addolcì. La temperatura era scesa terribilmente, e gli uomini di guardia, protetti da qualche coperta o mantello di lana, tentavano di riattivare la circolazione nelle membra gelate, camminando continuamente, su e giù per le loro postazioni.
Ad avvistarle per primo fu la vedetta della Forthsite. Quindi, il grido "Vele a babordo!" si spostò di nave in nave fino a che tutti, silenziosi per l'eccitazione, si volsero verso l'orizzonte in una mistica attesa.
Il sole stava sorgendo e cominciava a rischiarare, quando, come apparsi dal nulla, avvolti da una lieve foschia, si stagliarono gli alberi velati di un numero indefinito di galeoni. Dorian urlò gli ordini e la Redfury, subito imitata dalle altre, abbassò il fanale di poppa e virò di dritta. Le vele vennero orientate al vento e, protetti dall'oscurità, si misero a navigare a grande velocità verso ovest, parallelamente alla flotta spagnola, che ora appariva immensa.

Sulla nave ammiraglia, il San Salvador, un galeone di centoventi tonnellate, armato di ventotto cannoni, Don Alfonso Corraya y Calente guidava le cento navi della sua flotta verso la patria Spagnola.
La responsabilità sulle sue spalle era di proporzioni gigantesche, poiché era cosciente del fatto che nelle stive di quei legni stava ammucchiata la ricchezza della Spagna, in oro e argento, per almeno i dieci anni successivi. Ciononostante si sentiva al sicuro, convinto che nessuna nave corsara si sarebbe arrischiata ad attaccare un insieme tale di navi e vascelli armati. Soddisfatto e pieno di sé, si accarezzò il pizzo che gli ricopriva il mento pronunciato, sognando gli onori e la gloria che sarebbero derivati da quell'impresa. Certo sua maestà cattolicissima non era prodiga in elargizioni di danaro, ma la sua gratitudine e benevolenza potevano aprire porte ambite. E con l'autorità che i titoli conferivano, accumulare ingenti ricchezze non era un problema, nel nuovo mondo.
Una luce tenue aveva cominciato a indorare l'orizzonte mentre procedevano lentamente, pesanti del loro carico, nell'oscurità. Il vento si era alzato impercettibilmente e una falce argentea di luna faceva brillare i flutti marini.
- Ammiraglio! - la voce compita del vicecomandante lo riportò al presente.
Con un cenno distratto della testa rispose al saluto militare che gli veniva rivolto e lo invitò a parlare.
- Ci è stato segnalato dalle retroguardie che il San Juan, un galeone di coda, ha avuto problemi a bordo. Un pennone si è abbattuto sul ponte e hanno perduto la vela maestra. La stanno sostituendo, ma sono obbligati a rallentare, e presto rimarranno indietro. -
- Chi è al comando? - s'informò.
- Il capitano Perez, signore. -
- Bene - concluse con relativa calma, - segnalate alla viceammiraglia di coda, la Giralda, di diminuire la velocità senza staccarsi dal resto della flotta, e di farla scortare da un paio di navi minori. Saremo meno compatti... - aggiunse accigliandosi -... ma non lo perderemo. -
- Sissignore, eseguo immediatamente. - e s'allontanò.
Sebbene si trovassero ancora lontani dalla terraferma, la maggior parte della traversata si era compiuta, ed era stata tranquilla. Don Alfonso si convinse che niente sarebbe potuto accadere in quel tratto di mare relativamente breve.
Si sentì un leone, e in parte gli dispiacque di non aver avuto la possibilità di misurarsi con qualche pirata inglese, poiché una vittoria contro di essi avrebbe di certo notevolmente aumentato i suoi meriti e reso la sua impresa grandiosa, una volta giunto a destinazione.
Stava facendo queste e altre considerazioni, la bocca sottile atteggiata in un sorriso ambiguo, quando gli giunse agli orecchi la notizia che temeva e agognava con lo stesso ardore.
Sobbalzò sulle gambe, mentre il grido "Navi a babordo!" si spargeva di ponte in ponte, per tutta la flotta, seminando panico tra gli equipaggi, ed eccitazione tra gli ufficiali.
Binocolo alla mano, Corraya cercò di localizzarle, il cielo era ancora scuro. Probabilmente se fosse stato giorno fatto le avrebbero avvistate da un pezzo, e inveceerano stati colti di sorpresa. Stavano navigando speditamente in direzione opposta alla loro, mantenendo una distanza che li rendeva irraggiungibili dalle loro bordate.
L'odore del pericolo gli chiuse il cuore in una morsa.
- Che bandiera battono? - chiese con un grido senza distogliere l'attenzione dalle ombre delle navi all'orizzonte.
Fu la vedetta che urlò la risposta, e fu una risposta che gli raggelò il sangue nelle vene: - Nessuna! -
Solo un uomo era tanto impudente da solcare i mari privo di bandiera!
La rabbia lo invase, il volto si chiazzò di rosso mentre gli occhi scuri si riducevano a due fessure minacciose: quello era O’Rourke, il corsaro.
A un tratto, come se qualcosa l'avesse improvvisamente illuminato, seppe quello che il pirata avrebbe fatto. Spalancò gli occhi e perse anche l'ultimo barlume di autocontrollo, mentre inferocito si rivolse urlando ai propri uomini.
- Ci colpirà alle spalle!  Avvertite la Giralda, quel bastardo punterà su qualche galeone di coda, ne sono certo!... - respirava affannosamente, lottando contro il tempo, alla disperata ricerca d'una via d'uscita - ... gli si attaccherà come una sanguisuga facendosene scudo, e noi non potremo rispondere al fuoco senza rischiare di colpire le nostre stesse navi! -
Si fermò un attimo a riflettere. O’Rourke era come uno squalo, puntava la preda, la colpiva a morte e se la trascinava via... pensò, ma quella volta aveva sbagliato bersaglio, quella che stava puntando era la coda di una balena, ed avrebbe pagato a caro prezzo la sua spudoratezza.
Il San Salvador spiegò ogni vela e sotto gli occhi attoniti degli equipaggi dei galeoni che la seguivano a breve distanza, fece dietrofront, in una larga virata di dritta. Quasi contemporaneamente gli sportelli sui lati dello scafo si spalancarono, mostrando le bocche brunite dei cannoni, pronti a far fuoco. Di propria iniziativa, i comandanti di un paio di vascelli di scorta, avendo intuito la manovra, fecero altrettanto, staccandosi dal corpo della flotta che seguitava a procedere lungo la rotta originaria, e gli si misero di coda, armando i cannoni.

Aggrappato alla balaustra del castello di poppa della Redfury, Gavin O'Dowd osservava affascinato la febbrile attività che dilagava tra la ciurma, visibilmente eccitata al pensiero di una battaglia. Il ponte gremiva di uomini dall'aspetto spaventoso, armati fino ai denti di pistole, spade e coltelli, mentre accanto ai cannoni venivano ammucchiate munizioni e polvere da sparo.
Dorian impartiva ordini con la sicurezza e la tracotanza di chi non aveva mai perduto una battaglia. Sembrava invulnerabile, ed egli sentì di ammirarlo come non aveva mai ammirato nessun altro.
Gli aveva ordinato perentoriamente di non muoversi dalla cabina, ma Gavin non si sarebbe perso quello spettacolo per niente al mondo.
La Holden, la Judith e la Prince of England li seguivano a breve distanza, la Forthsite navigava alla loro destra mentre la Plymouth stava di coda.
Gli urli di battaglia di Johnathan il matto arrivarono fino alle orecchie di Walter, ed egli sorrise. Aveva una luce strana che gli illuminava lo sguardo mentre, con mani ferme, caricava prima una pistola poi l'altra, cacciandosele nella cintura.
In quel momento gli spagnoli dovevano averli già avvistati. La Redfury mantenne la rotta fino a quando gli apparve la retroguardia della flotta. Gli occhi incollati al cannocchiale, Dorian studiò e valutò il nemico individuando la preda: un galeone che, per qualche ragione misteriosa, era rimasto appartato in coda e procedeva lentamente.
Non era isolato, poiché alcune navi sembravano aver rallentato appositamente per non lasciarlo privo di protezione ma, anche se bene armate e pronte a combattere, non sarebbero state in grado di difenderlo.
La bocca piegata in un sorriso diabolico, lanciò gli ordini, prontamente segnalati ai cinque vascelli dietro di loro.
La luce dell'alba cominciava a delineare i profili degli scafi, il cielo era di un blu cobalto acceso e contro di esso si stagliava il biancore delle vele nemiche.
All'improvviso la flotta corsara virò, venendo a trovarsi a un'angolazione di un quarto rispetto ai galeoni spagnoli, e puntava diritto contro la zona di mare immediatamente dietro la poppa del San Juan. Perez si sentì morire, mentre in preda al panico cominciò ad ordinare il fuoco, e così fecero i comandanti della Giralda e delle navi esterne. Dalle bocce dei cannoni si levarono fiamme accecanti, mentre l'acqua tutt’intorno cominciò a ribollire di bordate.
Sulla Redfury regnava un incredibile silenzio, gli uomini, a gruppi di tre per ogni pezzo, attendevano, fremendo per l'impazienza, lo sguardo fisso al loro capitano. Solo quando un colpo rischiò veramente di colpirli, inondando il ponte di acqua, Dorian levò la mano armata in aria e, con un grido la lasciò cadere. Nell'istante immediatamente successivo il ponte tremò sotto il rinculo dei cannoni, quindi, passati i tre minuti che servirono agli uomini per ricaricarli, fecero di nuovo fuoco.
Dietro l'esempio dell'ammiraglia, la Holden e la Judith, iniziarono a far fuoco a loro volta, mentre la Forthsite superava sulla sinistra la prua della Redfury e iniziava una manovra di accerchiamento spedendo alcune scariche contro la poppa della San Juan nel tentativo di colpire il timone.
Una bordata cadde sul ponte della Giralda, decimando gli uomini e rendendo inutilizzabili un buon numero di pezzi, un'altra mandò in frantumi un albero del San Juan, trasformando ciò che ne restava in un'unica, immensa lingua di fuoco.
Erano abbastanza vicini e Gavin, pietrificato al suo posto, poteva distinguere i marinai accorrere dalle loro postazioni tra i corpi agonizzanti dei feriti, nel tentativo di sedare l'incendio. Vide un uomo avvolto da una cortina di fuoco, gettarsi al di sopra della murata con un grido che non aveva nulla di umano, e finire in acqua, dove comunque avrebbe trovato la morte. Un conato di vomito lo fece piegare su se stesso.
Troppo tardi, Dorian si avvide dell'enorme galeone e dei due vascelli che lo scortavano.
Protetto dalle masse delle proprie navi, il San Salvador aveva raggiunto la Giralda e, come apparso dal nulla, superava rapidamente il San Juan, già fermo e in balia del nemico.
La Redfury se lo trovò diritto di prua.
La Forthsite, tentò una virata improvvisa, con l'intenzione di togliersi dalla linea di fuoco ma nella manovra si inclinò violentemente, sbalzando fuori bordo parecchi uomini e diversi cannoni, mentre il pennone di gabbia, tranciato da una prima bordata, si portava via la vela.
In men che non si dica una pioggia di bordate investì le navi corsare, senza che queste fossero preparate a riceverla.
Rincuorato da quella svolta in loro favore, Perez mise insieme gli uomini che gli restavano e ricominciò a far fuoco in modo convulso e continuo, colpendo, forse più per fortuna che per abilità, il ponte della Holden.
Tra urli e bestemmie, l'equipaggio della Redfury si trovò sotto i colpi micidiali inferti dal San Salvador con cura e precisione.
- Togliamoci di qui! - urlò Dorian, gettandosi sul timone, mentre Sharky e altri marinai armeggiavano con le vele.
Una bordata aprì uno squarcio sulla fiancata, un'altra tranciò l'albero maestro che, in una nuvola di polvere, cadde, trascinandosi dietro le vele infuocate, e si schiantò sul ponte con un incredibile frastuono.
Gavin, sbalzato a terra dallo spostamento d'aria provocato dallo scoppio, evitò per un miracolo di esserne travolto, mentre un'ondata di pezzi e schegge di legno lo investì ferendolo.
Lingue di fuoco iniziarono ad aggredire ogni cosa.
- Acqua nella stiva, capitano! -
Dorian, aggrappato alla barra del timone abbaiò gli ordini agli uomini che lottavano con le sartie e gli stralli di maestra, i pennoni e le vele di gabbia e di maestra vi erano rimasti imprigionati e nel rollare incostante della carena tra i marosi, stavano tirando giù la nave.
- Tesate le vele! Spiegare tutta la tela che abbiamo! -
- Capitano una pompa si è bloccata, la falla è troppo grossa! Stiamo imbarcando acqua a fiumi! - dal boccaporto un uomo, zuppo d'acqua fino al midollo, urlava a perdifiato.
- Inzeppate coperte e amache nella falla, arginatela! - la voce di Dorian era appena udibile sotto il fragore della battaglia - Asce alle mani, togliete quell'albero dal ponte e liberatelo di quelle vele! -
Nel lasso di tempo di un secondo il ponte fu percorso dai colpi delle asce inferti dagli uomini a ciò che rimaneva dell'albero maestro.
Quando finalmente cominciarono a virare per sottrarsi al fuoco nemico, la grande nave accusò un ennesimo colpo, ebbe un terribile sussulto che la spinse in avanti; la barra del timone sferzò con forza Dorian, catapultandolo sul ponte. Si udì uno schianto atroce poi, lentamente, in balia del vento e delle onde, la Redfury iniziò ad inclinarsi.
In quel momento la prua della Holden si insinuò tra loro e il nemico, con la chiara intenzione di proteggerli, e ingaggiò uno scontro senza pari.
Johnny McFee, sulla Judith, li superò da destra posizionandosi in modo da coprire la ritirata della Forthsite.
Quando ormai fu chiaro che la Redfury si stava inesorabilmente inabissando, la Prince of England le si affiancò, imbarcando ciò che era rimasto dell’equipaggio, mentre la Plymouth  ne copriva la manovra.
Invaso da una rabbia sorda, Dorian, suo malgrado, ordinò la ritirata.
Mentre i marinai abbandonavano la nave, nella confusione più totale, egli si precipitò alla ricerca del fratello urlando il suo nome.
In quel parapiglia generale, coperto di sangue e di fuliggine, Gavin cercò il fratello, proteggendosi con le braccia gli occhi dal calore delle fiamme. Inciampò sul corpo di un marinaio, finendo a faccia in giù contro un barile di polvere da sparo.
- Oh Cristo! - gemette. Si rialzò con tutta la rapidità che il suo corpo dolorante gli permise. Cercò di allontanarsi quando, con un agghiacciante crepitio, il pennone di mezzana consumato dal fuoco, iniziò a scivolare contro l'albero, cadendo sul barile. Fece appena in tempo a volgere lo sguardo in quella direzione e a lanciarsi contemporaneamente in avanti.
Il barile esplose investendo il ponte e la nave sobbalzò, gettandolo in mare.
L'acqua gelida lo accolse come in una morsa, mozzandogli il fiato. Quando riemerse respirando affannosamente, si accorse di non essere solo.
Alcune teste sporgevano dall'acqua, muovendosi tra le onde.
- Ragazzo, aggrappati! -
Un marinaio accanto a lui lo agguantò per la camicia, spingendolo verso un relitto. Tossendo e sputacchiando egli lo afferrò e si volse verso la Redfury, ormai preda delle fiamme. Sentì un terrore sordo impadronirsi di lui e cominciò a tremare convulsamente.
- Nuota ragazzo!... - sentì la stessa voce intimargli - ... dobbiamo tirarci via di qui, prima che ci porti giù con lei!... -
Con gli occhi che bruciavano di lacrime, cominciò a nuotare, tra il risucchio dell'ammiraglia che sprofondava,  e le onde enormi, provocate dal movimento degli scafi e dai contraccolpi delle cannonate.
Davanti a loro c'era la Holden: la salvezza.
Nell'istante in cui questa si mosse, un urlo straziante proruppe dalla sua bocca, mentre, paralizzato dal freddo e dall'angoscia, la guardò allontanarsi. Non li avevano visti e non li potevano sentire. Per loro era la fine. Si appoggiò piangendo al pezzo di legno cui era attaccato, e pregò affinché la morte venisse presto e indolore.

Quando quasi tutti erano stati issati a bordo e Dorian ancora non si vedeva, Henry il guercio diede in escandescenze.
- Per tutti i diavoli dell'inferno, dove si è cacciato quel bastardo? -
Con voce feroce diede un ordine perentorio, i suoi uomini impallidirono ma non osarono protestare. S'avvicinarono talmente all'ammiraglia che per poco le fiancate non cozzarono l'una contro l'altra.
Sporto oltre il parapetto Henry chiamò più e più volte.
Scorse un movimento sul ponte, tra la cortina di fumo che s'alzava dalle fiamme, poi, all'improvviso, ci fu l'esplosione e vennero investiti da una miriade di lingue di fuoco che si attaccarono ovunque.
- Spegnete quei fuochi! - urlò, si tolse la giacca, agguantò la fune di un paranco e si diede una spinta, volò oltre la murata e atterrò sul ponte semidistrutto della Redfury. Con un cenno ordinò ai suoi uomini di allontanare la nave, ma dovette sparare loro un colpo di pistola prima che si decidessero ad obbedirgli.
Imprecando, Henry iniziò a cercare Dorian tra i corpi privi di vita.
Vedendo la Prince of England allontanarsi, Sir Thomas Grant fece muovere la Holden a tutta velocità, virò verso nord est, dietro la Judith e la Forthsite, portandosi fuori della portata del San Salvador e allontanandosi da quella posizione precaria, prima che la santabarbara della Redfury saltasse in aria.
Nel momento in cui anche la Plymouth manovrò per superarla da destra, la sagoma di un uomo, piegato sotto il peso di un altro, si stagliò contro il fumo e le fiamme, e un attimo dopo saltò nel vuoto, finendo nel ribollimento dell'acqua.
Walter lasciò il posto di comando e, come una saetta, si lanciò attraverso il ponte, a proravia, urlando a piena voce: - Uomo in mare! Paul vira a sinistra... giù le funi, presto. Presto!... -
Si sporse oltre il parapetto e riconobbe Henry, che nuotava verso di loro trascinando un corpo inanime.
- Non rallentate! - gridò, quindi si tolse la giacca gli stivali e, prima che gli uomini riuscissero a bloccarlo, si buttò.
Nuotò con tutta la forza di cui poteva disporre, poiché era cosciente che a quella velocità la nave li avrebbe perduti in un tempo brevissimo.
Raggiunse i due uomini, agguantò il braccio libero di Dorian, e riprese a nuotare verso la Plymouth.
Nel momento in cui, con uno sforzo supremo, riuscì ad afferrare una delle funi che pendevano al livello del mare, seppe che i suoi ordini non  erano stati eseguiti, e una luce calda gli illuminò per un attimo gli occhi irritati dal sale.
Quando il corpo di Dorian fu tirato a bordo, e Henry e Walter si lasciarono cadere esausti oltre il parapetto, sulla superficie scabra del ponte, la nave riprese la sua corsa, lasciandosi alle spalle le sagome dei galeoni vittoriosi, e la carcassa infuocata di uno dei più temuti vascelli corsari.
Walter respirava ancora affannosamente, mentre alla scena reale la sua mente sovrappose immagini del tempo passato.
Aveva passato gli ultimi cinque anni a bordo di quella nave, e, Cristo, il suo cuore gli doleva come se avesse perso un compagno.
- Ma cosa diavolo faceva ancora a bordo quest'incosciente?... - proruppe all'improvviso, spostando la sua attenzione sul corpo immobile di Dorian.
Henry, l'occhio chiuso e il fiato corto, scrollò le spalle, senza tradire alcuna emozione.
- Ha uno squarcio profondo sulla coscia... - l'informò con voce atona - ... gli si era conficcato un pezzo di legno. - spiegò.
- E sulla testa? - chiese Walter notando il bozzo sulla fronte.
- ... quello gliel'ho fatto io. -
- Non dirmelo! - Walt sogghignò.
Con un sospiro il guercio s'alzò: - Sì, e non voglio esser qui quando si sveglierà. -
 

Nella sua cabina, comodamente seduto sulla sua poltrona, Don Alfonso si congratulava con se stesso per lo straordinario successo riportato. Si accarezzò la barba sorridendo.
Aveva affondato la nave corsara che per cinque anni aveva solcato le acque dalle colonie del nuovo mondo all'Europa, facendosi beffe dell'intera flotta spagnola, depredando un galeone dietro l'altro e appropriandosi di immense fortune ai danni della corona spagnola. Si sentiva soddisfatto ed eccitato.
Sapeva che Dorian non era morto, i suoi compari si erano gettati sulla Redfury ferita a morte come un branco di elefanti intenti a proteggere un loro piccolo. La velocità e la prontezza di riflessi dei suoi uomini avevano impedito a Dorian di soccombere, quel giorno, ed egli si ritrovò suo malgrado a invidiare il suo nemico.
Bussarono alla porta e, a un suo invito, questa si aprì.
Un ufficiale entrò nella stanza e salutò militarmente.
- Signore, i superstiti che abbiamo ripescato e fatto prigionieri sono stati incatenati e attendono sul ponte. -
- Bene Sanchez, andiamo, voglio vederli. -
La luce grigia dell'aurora illuminava i loro corpi sudici e bagnati, nonché l'ostile fierezza dei loro sguardi. Alcuni di essi erano feriti, ed erano accasciati a terra, semisvenuti. Soffrivano in silenzio.
L'attenzione dell'ammiraglio fu catturata per un momento da una capigliatura d'un rosso acceso, china, incassata tra due spalle troppo esili.
- Conoscete la vostra sorte... - sentenziò in inglese con voce sferzante - ... i feriti gravi saranno uccisi, gli altri saranno sbarcati in Spagna e consegnati alle autorità.-
Il ragazzo dai capelli rossi alzò lo sguardo all'improvviso, Don Alfonso lesse odio in quegli occhi gelidi, e involontariamente lo immaginò con qualche anno di più. Sarebbe stato un nemico implacabile, forse più di Dorian.
- Mio fratello si vendicherà!! - urlò con enfasi - Ti ucciderà con le sue mani, bastardo spagnolo!!... -
Sanchez, che comprendeva la lingua, alzò una mano per colpirlo ma fu inaspettatamente bloccato da Corraya, i cui occhi erano istantaneamente divenuti due fessure minacciose.
- Fratello? - domandò.
Gavin fece un passo avanti, facendo tintinnare le catene alle caviglie, e con una smorfia di disprezzo sputò per terra, ai piedi dello spagnolo.
- Hai il segno della morte in faccia, Hidalgo! -
Un silenzio carico di tensione calò sul terzetto, Sanchez sentì un brivido gelido percorrergli la schiena mentre un'ombra d'ubbia s'insinuava nella sua mente.
Don Alfonso non diede segni di timore, mentre il suo secondo aveva visto in quelle parole di morte una premonizione di sventura, egli non l'aveva considerato che una sfida. Si accarezzò la barba.
- Il fratello di Dorian! - disse infine, pregustando a quella rivelazione, il sapore dolcemente inebriante di una sottile vendetta.

 

Corinna
proprietà letteraria riservata
©  2001-2010  Kathleen McGregor

 

background storico

1664 - 1669
Giamaica, Port Royal - governatore Sir Thomas Modysford
1668
- Sacco di Porto Principe, Cuba
1668 - Sacco di Portobello
1669 - Presa di Maracaibo e Gilbratar
La realtà in cui si muovono i personaggi è quella della filibusta,che ha appunto in quegli anni il periodo di massimo splendore. Accanto ai personaggi di fantasia ruotano figure realmente esistite, prima fra queste quella di Henry Morgan, prima fuggiasco da Barbados, poi corsaro alla stregua del pirata olandese Edward Mansfield, in seguito ammiraglio

Filibustieri e Bucanieri

La bucana, o "attività del bucaniere", prese il nome da un procedimento di cottura appreso dagli indiani.
Secondo il cronista Oexmelin, gli indiani dei Caraibi avevano l'usanza di tagliare a pezzi i prigionieri, per poi passarli a fuoco su dei graticci. Arrostire e contemporaneamente affumicare i prigionieri così cucinati era fare il boucan.
I primi abitanti francesi delle Antille adottarono questo sistema di cottura per il bestiame selvatico che cacciavano: la carne, tagliata in lunghe striscie veniva seccata su un fuoco di legno dolce, alimentato da grassi e ossa animali. In questo modo, la si impregnava di un aroma eccellente, e poteva essere conservata molti mesi: un vantaggio non indifferente per le lunghe traversate marittime. Il bucan, divenne il luogo in cui la carne veniva affumicata, e lo stesso termine fu dato alla pratica di questa tecnica.
Quando alla pirateria si affiancò l'attività di caccia e di commercio di carni e pelli, la parola perse il suo significato originario per divenire sinonimo di Filibusta.
Hispaniola era popolatissima di maiali e bestiame inselvatichiti nei boschi e nelle montagne, e fu per molto tempo luogo prediletto dai bucanieri dediti alla caccia, soprattutto nei distretti di Yaguana, Montechristi e Capo San Nicola, abbandonati dalla colonizzazione spagnola alla fine del XVI secolo.
Molti bucanieri erano marinai disertori dagli equipaggi delle flotte spagnole, fiamminghi, biscaglini, galiziani o andalusi, che fiancheggiavano nelle savane dell'isola i marinai francesi e inglesi.
La confusione tra bucanieri e filibustieri, deriva dal fatto che gli stessi individui univano molto spesso le due attività: il saccheggio di porti e di navi era praticato dopo aver dato la caccia al cinghiale e al bovino selvatico su Hispaniola per i rifornimenti delle navi e il commercio di contrabbando.
Il ritratto che fa Oexmelin dei bucanieri nel luglio del 1666, quando la sua nave gettò l'ancora a Port Margot, di fronte all'isola di Tortuga, è il seguente: "Per abbigliamento non avevano che una casacca di tela e mutande che arrivavano a mezza coscia. Bisognava guardarli da vicino, per sapere se questo abbigliamento era o meno di tela, tanto era intriso di sangue. Avevano un colorito bruno, alcuni portavano capelli arruffati, altri annodati; tutti avevano la barba lunga e portavano in vita una custodia di pelle di coccodrillo, nella quale erano appesi quattro coltelli e una baionetta"
 

Alexander Olivier Oexmelin
(Esquemelin, Exquemelin)
Mi imbattei nel nome di Oexmelin durante le ricerche storiche sul popolo di Tortuga e le gesta dei Filibustieri di Morgan e persi letteralmente settimane alla ricerca di una copia del suo famosissimo libro sulla Filibusta (...)  continua a leggere   qui

Le Rotte dei Velieri
Nel 1492 Cristoforo Colombo entrò nel mare Caraibico arrivando da nord-est, ma la via naturale di accesso è quella che passa per le piccole Antille sud orientali, obbligata dal soffio degli alisei e dalle correnti del mare (...)  continua a leggere  qui

La nave ideale
Le navi pirata dovevano possedere alcune qualità fondamentali, a prescindere dalla stazza e dalle origini del veliero. Prima di tutto, dovevano possedere un'alta navigabilità, dovendo veleggiare su mari tempestosi. (...)  continua a leggere  qui

Tortuga
Nessun luogo ha maggiormente protetto la leggenda dei tesori depredati e delle scorrerie come questo isolotto roccioso, dalla forma di una gigantesca tartaruga galleggiante, che gli stessi Spagnoli nominarono Tortuga. (...)  continua a leggere  qui

Henry Morgan
Nacque a Llanrhymney, nel Galles, nel 1636. Ancora bambino fu catturato e imbarcato per Barbados, dove fu venduto come schiavo al padrone di una piantagione e dove rimase fino al 1654 (...)  continua a leggere  qui

Giamaica, Port Royal
Dalla seconda metà del seicento, Tortuga aveva ormai perduto il predominio sulla Filibusta Antillese; a partire dal 1655 Cromwell, lanciando una spedizione contro la Giamaica, fondò una nuova colonia e creò un centro di ruberie ancor meglio piazzato di Tortuga (... ) continua a leggere 
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Prendere il mare...
"Prima di salpare, i bucanieri fanno sapere a coloro che intendono partecipare alla spedizione il giorno esatto in cui si devono imbarcare, ricordando a tutti di portare con sé polvere da sparo e pallottole. (...)  continua a leggere  qui

 

finzione e realtà

Gli anni attorno al 1660 rappresentano un periodo alquanto difficile per la bandiera inglese nei Caraibi. Un periodo in cui l’economia di Port Royal, capitale della colonia britannica di Giamaica, è basata sostanzialmente sui proventi derivanti dalle ruberie, e in cui la filibusta mette al servizio della Corona la profonda conoscenza delle colonie nemiche, contribuendo ad attuare la complessa politica di restaurazione delle forze navali inglesi nelle Antille.
Henry Morgan si forma alla scuola del vecchio filibustiere Edward Mansfield, al quale succede nel 1667, dopo la presa di Santa Catalina (Old Providence).
Le sue imprese sono rimaste nella storia come esempi di geniale strategia militare, e lo hanno coronato re della filibusta.
La presa di Porto Principe a Cuba, il sacco di Portobello, del 1668, e la conquista di Maracaibo del 1669, sono eventi storici, nel descriverli ho cercato di attenermi ai fatti quanto più fedelmente possibile.
Il governatore di Giamaica Thomas Modysford, il presidente dell’audencia di Panama Juan Perez De Guzman, l’ammiraglio Don Alonso del Campo d’Espinosa, i corsari di Tortuga, Francis L’Olonese, Bartolomeo il Portoghese, Legrand, Monbars, Rock il Brasiliano, Le Picard, Oxmelin, sono figure realmente esistite, e dobbiamo a quest’ultimo, chirurgo, grande osservatore, e scrittore, la descrizione delle imprese di Henry Morgan, nel suo libro Gli scorridori dei mari americani del 1678.
L’affondamento della Oxford avvenne realmente al largo di Isla Vaca, mentre Henry Morgan e i capitani assoldati per la spedizione contro Maracaibo erano riuniti nella cabina grande di poppa. Essa si portò con sé oltre duecento uomini.
Dorian Hugh O’Rourke, Corinna Kathleen McPherson, Gavin O’Dowd, Walter Thomas Avery, Johnny McFee, Burt Renincraw, il governatore di L’Avana Don Miguel Cortez y Avara, e il governatore di Portobello Don Alfonso Corraya y Calente sono frutto della fantasia.

 

immagini

 

Port Royal
Port Royal, Giamaica

Port Royal Harbour
Port Royal Harbour

Battle of Maracaibo
Battaglia di Maracaibo

Isla Tortuga
Isola della Tortuga

Presa di Porto del Principe
Presa di Porto Principe, Cuba

Frontespizio del libro di Alexander Oexmelin
Frontespizio libro di Oexmelin

Henry Morgan
Sir Henry Morgan

Francis L'Olonese
Francis L'Olonese

Rock il Brasiliano
Rock il Brasiliano


Bartolomeo il Portogese

 

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